lunedì 11 giugno 2012

Artale Afro percussion band Live “Teatro Italia”.


Situato in via Bari, il Teatro Italia ha ospitato, la sera del 19 maggio 2012, un episodio del tutto eccezionale ed unico nel suo genere. L’Artale Afro percussion band è formata da un’entità fissa di tre musicisti (Ruggerto Artale, Roberto Genovesi e Bryan Musa) la quale si avvale della collaborazione di numerosi artisti, provenienti  prevalentemente dall’Africa e da varie parti del mondo. La sua peculiarità sta nel proporre un connubio affascinante fra repertori appartenenti a musiche tradizionali ed influenze contemporanee, offrendo così la possibilità di intraprendere un tuffo nel passato pur restando nel presente, una ricerca e trasmissione antropologiche delle radici umane legate ad una riflessione sulle prospettive future. Il gruppo a teatro ha presentato il suo ultimo album intitolato “Roma dreams african drums”, in occasione della ventesima edizione di Etnie, un evento culturale che offre la possibilità di conoscere le forme artistiche di mondi in cui sono ancora vivi gli “usi e costumi” autoctoni, divulgandoli mediante l’istituzione di  uno stage internazionale dedicato al’insegnamento di danza, canto e percussioni appartenenti al patrimonio del folclore popolare.
L’Artale Afro percussion band  ha proposto nell’esibizione una rivisitazione  di brani tradizionali africani, colorandola con caratteristiche supplementari provenienti dall’Occidente, creando così un’esperienza trascendentale senza tempo.
L’entrata in scena  inizia con un crescendo cromatico e sonoro che, partendo dal buio più pesto ed un’incalzante scansione ritmica, svela  un ricco numero di musicisti, ballerini e strumenti di varia natura (elettronici, idiofoni, percussioni). Ad ogni elemento della band è assegnato un compito specifico che confluisce nella composizione di una miscellanea di stili, sonorità e caratteri, una corrente carismatica di emozioni, culture e pensieri. Si sono esibiti: Ruggero Artale (percussioni e voce), Stefano Cesare (basso e voce), Roberto Genovesi (chitarra e voce), Bryan Musa (voce solista dal Congo) e, direttamente dal Senegal, Odette Gomis (danza e voce), El Hadji M’Baye (dun dun), Ismaila M’Baye (djembé), Jean N’Diaye (danza e voce) e Pap Yeri Samb (djembé e voce).
 L’intro ritmico-musicale di xilofono e chitarra si sposa con una voce calda e profonda che si affaccia su orizzonti lontani per poi dare spazio ad Afro embé, una canzone dai colori esotici, a tratti iberici, focalizzata sulla denuncia dell’abbandono infantile e della sofferenza. In questo flusso soave di voce e suoni, la sezione ritmica cresce d’intensità fino a raggiungere un punto nevralgico, per poi tornare ad assopirsi nella magica atmosfera. A seguire incontriamo Djembè suite, un brano movimentato e vigoroso di sole percussioni che porta nel titolo la propria sintesi,  in quanto prende il nome dai due strumenti prevalenti nel suo svolgimento, di natura prettamente africana: lo djembè (tamburo a calice) ed il dun dun (meglio conosciuto come tamburo parlante). L’atmosfera creata dal pulsare del ritmo è densa di immagini che ci rimandano in posti distanti rispetto al reale svolgimento dell’esecuzione. Cambiando ancora prospettiva, ci si lascia cullare da una dolce melodia introdotta dalla chitarra  formante la colonna vertebrale di Nakupenda, una canzone d’amore profonda e mite. Dopo tale calma apparente, ancora un sapore nuovo: Pap-dununbar, una rivisitazione di una danza tradizionale religiosa con struttura melodica a tema e risposta. Dal propagarsi della sezione vocale si sviluppa una danza sfrenata di una coppia di ballerini, i quali, trasportati dal serrato impulso ritmico delle percussioni, si dispiegano in affascinanti acrobazie come se si trovassero in una dimensione altra. Per enfatizzare l’atmosfera trascendentale, un musicista di djembè si pone al centro del palco, in perfetta sintonia con i danzatori.
Dopo una breve pausa, il ritorno in scena si presenta attraverso una sfilata di djembé che dettano il tempo dal fondo sala, la cui esposizione virtuosistica è prodotta da due musicisti che si avvicinano sempre più al palco per poi riunirsi con il resto del gruppo ed accompagnare una passionale danza tradizionale. A seguire, altre canzoni dall’assetto multi stilistico, abbracciate dalla sezione sia vocale che strumentale, le quali trasmettono un forte senso di serenità e profonda simmetria interiore. Tra queste risalta Bamba funky, impostata in forma di dialogo fra uomini appartenenti a religioni diverse, i quali si domandano sul perché dell’esista dell’odio inarrestabile fra i popoli, un invito alla fratellanza universale rivisitato in chiave “afro-funky”. Durante lo svolgersi del finale dello spettacolo, il gruppo invita alcuni musicisti  presenti in sala affinché si uniscano a loro in una jam session molto corposa.
Il finale è di grande emozione, la band propone un inno all’amore, Surubà, un brano scritto con Karl Potter che esprime con più vigore il messaggio non solo prettamente sonoro ma anche spirituale della band. Gradualmente, i ballerini invitano il pubblico tutto a salire sul palco per iniziare una danza generale, un gesto che sancisce il forte senso di condivisione che contraddistingue questi egregi e fascinosi artisti.Tra i sorrisi della gente e l’aria festiva che si è creata a teatro, è chiaramente comprensibile quanto la musica possa superare i limiti e i cliché umani, trascinando l’essere vivente in un ambiente onirico ed etereo dove vigono l’armonia, la fraternità e la comunione universali. L’Artale Afro percussion band riesce quindi ad imprimere nella mente questo significato profondo che è il fine massimo dell’arte, condendolo sapientemente con sapori e fantasie multietnici. Il loro non è uno spettacolo al quale assistere, è piuttosto un evento da vivere.
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