martedì 18 giugno 2013

Bad reputation: l'avvento delle donne nel rock

Era il lontano 1967 quando la famosa cantante soul, Aretha Franklin, propose al pubblico una canzone passata alla storia: Respect. Il brano era una sua rivisitazione della versione originale al maschile, composta da Otis Redding nel 1965.
L'interessante scambio di ruoli che si deduce dall'ascolto delle due interpretazioni, dove la prima si pone dalla parte di un uomo che chiede alla propria compagna di essere trattato dignitosamente, portata avanti da Otis Redding, e la seconda, cantata dalla Franklin, speculare come significato ma invertita di figura per quanto riguarda il rapporto di coppia, ha scatenato un successo immediato.
Il 1967  per gli Stati Uniti, è un anno prolifico di  manifestazioni da parte dei movimenti femministi, i quali hanno utilizzato Respect di Aretha Franklin come inno emblematico della propria ideologia e della lotta volta all'affermarsi dell'emancipazione femminile e all'abolizione delle discriminazioni razziali  degli afroamericani in Usa.

La grande personalità della Franklin e la sua vocalità spinta ed ironica, ha spianato il cammino per le donne che iniziarono ad introdursi nel nascente fenomeno musicale rock-blues/rock'n'roll che si svilupperà a macchia d'olio a partire dalla fine degli anni sessanta, ufficializzato dall'indimenticabile concerto di Woodstock del 1969.

Sul palco edificato per lo spettacolare evento, simbolo di una rivoluzione musicale nonché ideologica e specchio della nascente filosofia “hippie”, si esibirono varie donne, tra cui le più caratteristiche furono Joan Baez e Janis Joplin.

La prima, cantante folk per eccellenza, si mosse animatamente per la difesa dei diritti civili e per promulgare i principi pacifisti, fortemente sentiti in quel periodo a causa della guerra in Vietnam.

Janis Joplin, fenomenale voce rock/blues, durante la sua breve vita segnò un cambiamento radicale dell'ottica correlata alla figura della donna-musicista, creando su di sé un'icona talmente improntante da passare alla storia come una delle pietre miliari del rock. 


Propositiva, eclettica e passionale, la Joplin si ispirò alle voci afroamericane per costruire la sua inconfondibile timbrica, giustificando tale scelta come un movente che unisse le due culture razziali e sconfiggesse le discriminazioni.

Oltre alla caratteristica musicale, le sue peculiarità si basavano sulla trasparenza umana, capace di occultare i cliché di donna “casa e chiesa”, per mostrare una figura completa di pregi e difetti, libertina senza provare vergogna, autonoma ed anticonvenzionale.

La sua irriverenza e la sua fama la portarono ad insediarsi in un mondo musicale composto da uomini, talvolta rasentando lo scandalo, sconvolgendo le congetture fino ad allora istituitesi attorno al principio dell'identità di genere.

Dopo questi esempi iniziali, si perderà l'abitudine di fare una differenza di genere tra musicista uomo e donna nel mondo del rock, nonostante si sia sempre sostenuto che questo genere più duro si potesse associare esclusivamente ad esecutori di sesso maschile, in quanto esempio di virilità.
Questo accadde perché ai primordi della nascita del rock, si costruì una rete culturale attorno alla figura del musicista, considerandolo controcorrente, sfrontato e libero dagli stereotipi, una concezione molto più difficilmente attribuibile alla figura femminile da parte della logica  e sensibilità comuni.

Verso la fine degli anni settanta, si svilupparono pian piano eventi in cui l'artista femminile si atteggiasse ad uomo, in quanto prese piede un desiderio generale di ammirare una donna aggressiva e tenace nell'ambiente musicale.

Questo comportamento femminile, volto ad imitare movenze e tematiche fino ad allora promosse esclusivamente dalle menti maschili (come il pubblicizzare l'amore libero, l'abbandono all'alcool, l'esaltazione della vita di strada) si avvicina molto alle teorie esplicate da Adler riguardo alla protesta virile da parte delle donne.

Nell'ambito della musica rock, la teoria di protesta virile femminile fu dedotta chiaramente e riscontrabile in modo più accentuato rispetto ad altri orizzonti artistici, sia per una questione di maggioranza numerica da parte dei musicisti uomini, sia perché il genere non si confaceva sempre ad una voce delicata e  raffinata come quella femminile. Inoltre, ancora poche donne si avvicinavano allo studio di strumenti contemporanei come la batteria e la chitarra elettrica.

Gli anni ottanta festeggiano l'abbandono definitivo delle differenze di genere nell'ambito rock.


“I don't give a damn about my reputation, you're living in the past, it's a new generation” cantava la spumeggiante Joan Jett nel 1981, dichiarando, con  un coinvolgente rock'n'roll, la sua emancipazione rispetto ai colleghi uomini.
Joan Jett non soffrì delle critiche sociali rivolte al suo stile di vita poco austero, piuttosto, le utilizzò come ironica tematica da intessere nei suoi testi, combattendo gli anacronisti che ancora non vedevano di buon occhio una donna introdottasi nel mondo avventuroso delle rock star.

Joan jett ricevette così tanta acclamazione da parte del pubblico da  essere stata capace di rendere un suo rifacimento di I love rock'n'roll degli Arrows, una delle canzoni più conosciute al mondo, quadro di una generazione e pezzo cult per gli appassionati del genere di qualsiasi periodo storico.

Questo è stato uno dei più emblematici casi in cui una versione cantata da una donna è stata così tanto preferita all'originale, cantata da un uomo, da lasciare la seconda nel repertorio dei pezzi semi-sconosciuti ed ha posto il sigillo di cesura al movimento di restrizione di genere da parte del pubblico dell'occidente mondiale.

Successivamente, si passò a considerare la donna “rocker” come un'artista di tutto rispetto, sfruttando però anche la sua immagine come sex symbol da imitare, colorando la musica rock di un fascino intrigante che attirasse il maggior numero possibile di fan. Essendo la donna, grazie alle proprie qualità estetiche, utilizzata spesso come esca in tutte le espressioni artistiche rivolte alle masse, questo passaggio segnò l'effettiva commercializzazione del rock, esposto alla fruizione del mercato internazionale.

L'utilizzo dell'icona femminile è stata una delle mosse che ha ricevuto più consensi da parte del pubblico, il quale, coinvolto anche visivamente dalle fattezze della rock star, ha integrato più velocemente nel proprio apparato culturale la conoscenza e l'apprezzamento di tale genere.

I tempi odierni hanno debellato completamente le differenze di genere riguardo all'accesso ad un certo tipo di musica. Le uniche difficoltà dell'inserimento femminile si collegano ad alcuni sotto generi del panorama rock, i quali utilizzano delle tecniche vocali e delle altezze raramente raggiungibili dalle corde vocali di una donna.
Per quanto riguarda la sezione strumentale, invece, la scelta di un determinato musicista è condizionata da molti fattori (carisma, capacità tecniche, creatività) ma non dal sesso.



Particolare è il fenomeno di aggregazione dei fan (in maggioranza di sesso maschile), una sorta di comunità legata dai medesimi gusti musicali, talvolta un po' ottusa nei confronti delle altre correnti artistiche e delle persone che le seguono. Da questa realtà ne consegue una nascita prolifica di amicizie tra persone che necessitano di circondarsi di loro simili, in cui solo la minoranza è composta da donne.

Data l'estrema varietà di spunti musicali proposta dai mass media, il rock più spinto viene seguito da un popolo di nicchia, all'interno del quale è difficile riscontrare una ricca percentuale femminile.
Questo accade perché, nonostante la storia dell'umanità si evolva, il rock continua ad essere quantomeno prediletto dal genere maschile, quasi come fosse un archetipo mentale tramandato generazione dopo generazione, capace di delineare delle predisposizioni verso un determinato tipo di musica.


RRocks

Sziget day 5, Muse e Kasabian chiudono la kermesse

Ultimo giorno sull’isola di Obuda, si avverte una tristezza generale sui volti di chi disfa le valigie o smonta le tende. Questo luogo paradisiaco ci ha fatto viaggiare su binari velocissimi e noi ci siamo illusi ipotizzando che non potesse finire mai.
Il quinto giorno di Sziget ha visto le esibizioni di artisti molto interessanti. Il primo pomeriggio è stato movimentato dal rock’n’roll dei Death Valley Screamers, i quali hanno lanciato al pubblico alcuni dvd contenenti le loro canzoni, un modo originale per sponsorizzarsi al pubblico. Danko Jones e la sua band, attraverso il suo sound particolarmente ricercato, ha condito la piazza del main stage con un sapore diverso, non molto lontano dallo stoner sperimentale.

Il fascino prettamente brit pop dei Kasabian, ha ridotto le ore che anticipavano il concerto deiMuse, i quali sono stati acclamati dalla maggior parte degli abitanti dell’isola e attesi fin dalle ore più calde della giornata. L’impatto scenico, tra immagini tridimensionali e luci psichedeliche che viaggiavano sopra la platea, ha reso davvero magico uno degli show più emozionanti di tutto il festival. La band ha proposto i suoi pezzi più conosciuti, appartenenti sia ai primi album che ai più recenti, cantati a squarciagola dalle migliaia di persone strette l’una all’altra sia per il sovraffollamento del main stage che per la passione in comune per il gruppo britannico. È stato come una folata di vento che proiettava in un universo di suoni spaziali, i Muse dal vivo sono davvero eccezionali.

Gli headbangers han gustato lo spettacolare show dei Monster Magnet, un’ottima band caratterizzata da un sound potente, eclettico e trascinante. Tantissimi i fans presentatisi all’esibizione dei Fear Factory, i quali hanno proposto il loro ultimo album prodotto nel 2010. Sono una band abbastanza giovane e dal grande potenziale, il loro punto di forza è il saper mescolare vari aspetti del metal per tesserli in un unico quadro, dal forte impatto emotivo.
Il 15 agosto è stata una giornata all’insegna della qualità musicale. La sera ormai scesa sull’isola, ha portato tutti a raccogliersi in massa vicino al punto di ritrovo per la partenza verso casa. Molti gli increduli che sognavano ancora di essere appena arrivati, nonostante la stanchezza si facesse sentire fin dentro le ossa. Finito il festival, nell’umidità del sorgere del sole, lasciamo l’isola che non c’è sperando di poterla rivedere al più presto. Alcuni lasciano le proprie tende in campeggio sia per la fretta sia perché si dice che le donino ai senzatetto di Budapest. Chi fisicamente, chi col pensiero, ha piantato una parte di se sulla terra del Sziget, un luogo incantato che pare troppo bello per essere vero, un’avventura incredibile da affrontare almeno una volta nella vita.
RRocks

lunedì 17 giugno 2013

Sziget day 4, Maiden rules!

Il quarto giorno del Sziget Festival è stato uno dei più attesi grazie all’esibizione degli Iron Maiden,
nonostante la stanchezza ed il caldo siano arrivati a livelli esorbitanti.

Durante il pomeriggio il main stage ha ospitato gli italiani Subsonica, i quali hanno suonato brani
sia di inizio carriera che recenti. Sullo stesso palco, qualche ora dopo, sono apparsi gli Iron Maiden dimostrando come il tempo non sia riuscito a scalfire la loro
energia. Incredibili le acrobazie nelle quali Bruce Dickinson si è lanciato contemporaneamente alla
prestazione canora, compresi gli altri componenti così sfrenati da sembrare degli adolescenti al
primo concerto.

La scenografia è stata curata minuziosamente, lo sfondo era costituito da una gigantografia di copertine
di loro album (con tutte le varianti possibili dell’inossidabile Eddie), e il repertorio ha soddisfatto i fan perché, nonostante il tour mondiale sia dedicato alla promozione del loro nuovo album,
non si sono risparmiati nel riproporre i loro singoli più acclamati. In molti conoscevano a memoria
ogni pezzo, e l’emozione generale è aumentata con l’apparizione di un maxi Eddie sul palco che
simulava un attacco ai Maiden con una chitarra elettrica in mano.

Dickinson ha saputo conquistare l’attenzione del pubblico e in tutta l’isola risuonava il suoScream for me Budapest. Il fan
più stimato dei Maiden? Un uomo che aveva tatuati più di cinque Eddie, la calca l’ha preso in braccio
e festeggiato nell’euforia generale. Lo show si è concluso con Running Free, un loro pezzo
storico che calza a pennello con lo spirito szigettiano.

Oltre a questo illustre pezzo di storia dell’heavy, sull’isola di Obuda vi sono stati altri eccellenti
spettacoli. Nella zona metal gli ormai famosi headbangers sono stati scossi dai Kamelot con un tocco
di vecchio power metal. Ammaliante la calda e profonda voce di Nina Hagen, estrosa e
dal fascino oscuro che ha proposto alcuni dei suoi pezzi più famosi e molte cover country-blues che
hanno attirato l’attenzione dei molti hippie del Sziget.

Il party arena era più affollato del solito grazie agli Infected Mushrooms, un gruppo
israeliano di musica elettronica, psichedelica e sperimentale, che aggredisce i neuroni ,mentre nella travelling funfair si
esibiscono quotidianamente compagnie teatrali e di danza. Oggi, dalla collinetta di fronte al palco,
ho ammirato una compagnia spagnoleggiante che suonava dal vivo con una minuta ma significativa
strumentazione, si snodava in un flamenco modernizzato da passi di danza contemporanei molto
raffinati, seppur movimentati.

Oltre alla musica e all’arte, sull’isola è presente una zona adibita alle iniziative sociali
in cui sono allestiti vari stand che offrono informazioni inerenti ai disturbi alimentari o malattie
in generale, fanno gratuitamente il test dell’ hiv, raccolgono collette per la beneficenza ed anche esiste un ability park per intrattenere i diversamente abili. Sono state edificate zone nelle quali è possibile utilizzare gratuitamente giochi di logica e non, giostre ed altri originali passatempi. Sono molto frequentati anche un labirinto e un piccolo museo di antichità.

Il 15 agosto, ultimo giorno di Sziget 2010, è ormai alle porte. Si avverte una certa tristezza, classica
sensazione prima di ogni partenza, ma questo non smorzerà l’adrenalina necessaria per reggere i
prossimi spettacoli: Monster Magnet, Fear Factory, Danko Jones, Kasabian e tanti altri. 
Saranno i
Muse a chiudere le porte dell’isola che non c’è, continuate a seguirci per leggere il resoconto finale!

RRocks

domenica 16 giugno 2013

Live Report Sziget Festival 2010, day3

Sziget day 3, all’insegna della varietà

Il terzo giorno di festival stato molto eterogeneo in quanto ha proposto una gran varietà di artisti, ognuno dei quali con una propria peculiarità. Il main stage è stato quasi interamente dedicato a musicisti osannati dalle nuove generazioni.
Poco dopo la scossa rock dei Papa Roach, è stata la volta di una star di recente ascesa: Mika.
Il giovane cantante inglese è stato ben accolto dal pubblico szigettiano, tanti giovani cullati dalla sua voce danzavano sulla sabbia cocente. Va detto che Mika gode di un’ottima padronanza del palco e della voce, e il nostro non si è risparmiato neanche uno dei suoi acuti. La serata è stata poi data in mano ai 30 Seconds To Mars che però pare che non siano stati molto graditi. Già a partire dal pomeriggio ho notato striscioni contro la band anche se c’è da ricordare che la scenografia del loro show è stata di grande effetto.

Il pubblico si è concentrato quasi tutto nel party arena per seguire lo show dei francesi 
Gotan Project i quali, attraverso un mix di jazz, elettronica e tango, hanno viaggiato
contemporaneamente nel passato e nel futuro dall’atmosfera onirica,
romantica e raffinata. Nello stage adibito al metal abbiamo assistito all´esibizione dei
Paradise Lost, che han funzionato meglio della benzina sul fuoco sacro dei metallari. 
E loro giù a scatenarsi nel loro ‘sport’ preferito, l'headbanging.

Le luci soffuse si tessevano alle tastiere gotiche che ricamavano il ritmo doom dal tipico
carattere nord europeo. Finito il concerto, nell´arena jazz incontro per caso la grande
nave bianca che ormai è consuetudine e leggenda al Sziget. Fermatasi su uno piazzale,
si é andato a creare un vero e proprio musical retto dalla cantante e dai musicisti sulla
prua rigorosamente vestiti di bianco e argento, riempito da balletti dei trampolieri che
intrattenevano il pubblico con la gestualitá classica del mondo circense. Tra questi spiccava
un ballerino che si snodava sinuoso arrampicandosi su di una sottile corda. Sono molto
amate le figure dei giocolieri, molti di loro si esibiscono sotto il tendone del magic mirror o
per le stradine di Obuda.

Tutto pareva svolgersi con la massima serenità, poi però è venuto un diluvio abominevole
che ha allagato gran parte della superfice dell´isola, comprese le tende, i locali e le
bancarelle sparse qua le là. Questo piccolo inconveniente non è bastato per fermare il grande
cuore palpitante dell´isola: molti musicisti han continuato a suonare sotto le
intemperie, tra cui la memorial session dedicata a Jimi Hendrix, passionale e coinvolgente.

Anche la pioggia si é piegata dinanzi alla potenza musicale del Sziget Festival e, dopo una
notte in umido, oggi risplende il sole.

É sempre moltolunga la fila dei ragazzi che si offrono come cavie per farsi aiutare sotto
la doccia da delle avvenenti fanciulle, le quali sponsorizzano un famoso bagnoschiuma.
Devo dire che al Sziget sanno proprio come invitare agli acquisti! Oggi, quarto giorno,
si respira un´aria molto densa per l´attesa degli Iron Maiden che si esibiranno alle
ore 21 sul grande palco del main stage. Alcuni fans sono giá prossimi alla zona a loro
interessata per guadagnarsi la prima fila. Ne vedremo delle belle, continuate a seguirci!
RRocks

Live Report Sziget Festival 2010, day 2

Sziget day 2, fantasia al potere

L´isola di Obuda trema ancora, al massimo del suo vigore! Il giorno due si è svolto all’insegna
della fantasia, ormai è abituale incontrare persone vestite delle maschere piú folli: puffi, sub spaziali
e tante parruche psichedeliche, è una gara aperta per scovare il personaggio piú stravagante.

I padroni indiscussi del main stage sono stati i The Specials, una delle prime ska band e iFaithless,
entrambi provenienti dal Regno Unito. Il loro electro pop ha coinvolto un numero incredibile di
ragazzi, molti dei quali indossavano una maglietta sulla quale era stampato God is a dj, una delle

loro canzoni più famose.
Dal Wan2A/38 stage hanno risposto ad alta voce i Gorillaz Sound System con un alternative electro
rock originale e di grande effetto. Nel rock-metal stage si è respirata un’aria decisamente dark. Sala
piena per i The 69 Eyes che hanno donato allo Sziget un velo gotico, i Nevergreen hanno cullato i
pensieri verso il mare del nord. Gli headbangers, non ancora esausti, hanno sostenuto calorosamente
Rómeó Vérzik, una simpatica hard rock band ungerese, molto influenzata dall’onda glam.

Il world music arena ha ospitato il nigeriano Tony Allen il quale, con il suo funky ben ritmato ed
elettrizzante, ha fatto ballare anche i meno propensi alla danza. Si è trovato il tempo anche di
sdraiarsi sul prato in pieno mood hippie per ascoltare una buona cover band ungherese dei The Doors
e una jam session della Palermo Boogie Gang che ha ri proposto il classico repertorio blues con
eleganza e brio.

Molto affascinante lo spettacolo gitano al roma satór tenuto da un ricco ensemble di musicisti. Si era
creata un’aria nostalgica e nel contempo di festa, tra le coppiette abbandonate alle romanticherie,
alcuni texani che danzavano concitati con i loro classici stivali e i temerari che volavano nel cielo
notturno di Budapest, legati alla fune del bungee jumping proprio sopra il tendone del concerto folk.

Il terzo giorno è da poco iniziato e i Papa Roach dal main stage hanno condito la sabbia ungherese giá
satura di birra, con un fresco rock americano che si fa notare un po´ da tutti i gusti.

Live Report Sziget 2010, day1

Sziget day 1: si balla fra reggae, ska e blues

Fra langos e gulash, Ska P e Buena Vista Social Club, il racconto della giornata
La serata del giorno uno è stata un tripudio di energia e colore. Le premesse per una giornata scoppiettante sono partite giá dal pomeriggio che ha ospitato, sul palco del grande main stage, il concerto degli Ska P, i quali hanno rinfrescato la cocente isola con una ventata di allegria.
Il clima subisce una grande escursione termica e si gira con un pullover in borsa per coprirsi al sorgere del sole. Lo Sziget viaggia solo su due binari opposti e l´eccesso é la carta da giocare per sentirsi un vero abitante dell´isola. La zona dedicata agli headbangers era iper affollata grazieall´esibizione dei Children of Bodom che hanno calcato la scena con armonie tetre, assoli di chitarra molto tecnici e tanta grinta che ha fomentato il pogo collettivo.
Dall´altro capo dell´isola era presente uno scorcio di Cuba, i Buena Vista Social Club. La corposa band ha raccontato in musica la cultura della propria terra con un ritmo latineggiante e senza tempo. Non molto lontano da questi è posizionato il party arena, il tempio della dance che ha accolto una calca claustrofobica durante lo show di Dj Shadow. Per le ore serali del main stage, è stata la volta dei
Madness.

Sicuramente il concerto che ha accolto più fans è stato quello dei Bad Religion. Incredibile il numero
di italiani lì presenti che sbandieravano il nostro simbolo tri colore al ritmo di un punk rock che ha
fatto la storia del genere. Erano presenti persone di ogni generazione e nazionalità, a dimostrazione
che qui il tempo e lo spazio sono ininfluenti.

Passeggiando fra le stradine alla ricerca di un lángos, una specie di pizza ungerese, fritta o non, sempre ipercalorica, resto ammutolita da una blues band davvero notevole. Padrone del palco è un estroverso cantante-chitarrista afro americano dalla voce profonda, vestito in maniera stravagante e multi colororata, accompagnato da un giovane bassista e un batterista: si tratta dei
Lord Bishop Rocks. Hanno ipnotizzato il pubblico con rock-blues dalla carica sensuale e coinvolgente,sembravamo tutti in balia di un rito voodoo. Dopo il fascino di questa band, non mi resta che andare a riposarmi ma lo Sziget ha altre sorprese da propormi.

In altri prati c’è anche chi sorseggia un cocktail versato in un secchiello da spiaggia con una cannuccia lunga un metro o chi aggiunge alla propria capigliatura delle treccine colorate che si vendono nella zona reggae. C´é perfino una zona adibita al relax, in caso qualcuno non lo si senta già abbastanza!
Allo Sziget Festival, basta voltare l´angolo per scoprire qualcosa di nuovo. Dall´isola di Obuda é tutto,
per ora. 
RRocks

Live Report Sziget Festival 2010 - 1st preview

Sziget giorno 1: oltrepassare il limite

L'eccesso è la regola del gioco per entrare nello spirito "szigettiano".
Il giorno zero ha scosso l’isola di Obuda come un terremoto. Qui il tempo non esiste e il sole scotta fino al tramonto, per poi lasciarti in balia di una forte umidità che penetra nelle ossa. 
L’eccesso è la regola del gioco per entrare nello spirito “szigettiano”.
A partire dalle ore 14, sul palco dell’arena jazz si sono esibiti gruppi appartenenti alla scena contemporanea ungherese, che hanno collaborato con artisti del calibro di Tommy Campbell e Dean Brown. L’ atmosfera straniava gli spettatori, persi nel groove come se fossero stati ipnotizzati. Molti si sedevano sulla collinetta per meglio ammirare il primo attore: un sassofono tenore sensuale e carismatico. Alla fine del concerto, mi avvio verso il simpatico mercatino e incontro un gruppo di ragazzi che ballano al ritmo del buon vecchio rock’n'roll, uno spettacolino é stato organizzato da Radio Barkas, una stravagante emittente radiofonica locale.

Dopo qualche danza e molti sorrisi, alzo il capo per meglio vedere tre giovani che sfidano la forza di gravità su dei trampoli altissimi, seguiti da una nave bianca e una schiera di ammiratori, tra i quali spicca un vecchietto in kilt.

La serata è poi esplosa al Main Stage grazie al concerto dei the Wailers, la calca era impressionante, cullata da un reggae scatenato e l’adrenalina saliva sempre più a livelli esorbitanti. Divertente passeggiare sulla stessa area appena finito il concerto: migliaia di bicchieri di birra sotterrati dalla sabbia.
La notte è ancora lunga, passeggio osservando il popolo dello Sziget dirigersi al locale prediletto, secondo le necessità e i gusti. All’ European meeting point centinaia di giovani volteggiano al ritmo di musica folk greca e ungherese, parevano quasi gli invitati ad un matrimonio tradizionale. Mentre giro l’angolo alla ricerca delle mini ciambelline fritte che creano dipendenza al primo assaggio, il mio sguardo si sofferma su coloro che si cimentano a cavalcare il classico toro impazzito delle fiere, tutto ciò condito con un po’ di southern rock americano. Continuando a camminare, mi scontro con delle maxi chitarre colorate che fanno da monumento alla zona dedicata agli headbangers, un’ eden per i metal fan che offre ottimi concerti e buone scelte musicali allo stereo. 
Oggi, giorno uno, l´isola di Obuda si è trasformata in una nuova Woodstock europea: oggi tocca agli Ska P e a seguire The Hives, Children of Bodom, Insane, Buena Vista Social Club, Madness, Bad Religion, tutti nella stessa giornata. La musica regna sovrana e anche io sono spinta, assieme alla folla, a seguirla in ogni piccolo micro mondo dello Sziget.

C´é ancora tanto da scoprire, vi lascio per fuggire alla ricerca di nuove stramberie e per raccontarvi altre avventure. Dall´isola di Obuda è tutto,
Stay Tuned!
RRocks

sabato 15 giugno 2013

"Steven Feld: Suono e sentimento". Guardare alla musica di un mondo a noi sconosciuto.

Steven Feld è un antropologo, etnomusicologo e linguista americano che ha dedicato due decenni della propria vita allo studio e l’analisi della popolazione aborigena kaluli, situata  nelle vicinanze del vulcano Bosavi, nella provincia degli Altipiani del sud della Papua Guinea. Attualmente Feld insegna antropologia e musica presso l’Università del New Messico.
Assieme a Edward e Bambi Schieffelin, antropologi che lo hanno coadiuvato durante le ricerche sui kaluli, istituisce il “Bosavi people’s fund”, un fondo dedicato al sostegno delle comunità indigene del Bosavi ed alla salvaguardia  delle tribù ancora presenti nelle foreste pluviali tropicali. Nel 2002  crea la “VoxLox label”, una società che distribuisce sotto forma di testi, dischi e video-reportage, vaste gamme di repertorio musicale e artistico proveniente dalle più svariate culture autoctone, rendendo così facilmente fruibili tali documenti di interesse etno-antropologico.
Questo libro è il frutto della sua lunga ricerca sul campo in Bosavi, la quale non lascia alcun aspetto al caso e si avvale del ricorso a differenti discipline analitiche. Da un lato, è forte l’approccio antropologico e sociologico con un’ampia digressione sugli aspetti prettamente musicali e linguistici kaluli. Dall’altro, vi è uno sguardo volto a catalogare il loro repertorio mitico e le loro profonde conoscenze ornitologiche senza mai tralasciare anche le impressioni personali e l’entusiasmo che scaturisce dalla mera esperienza. Il testo scorre su due piani paralleli, quello relativo al documento scientifico e quello del racconto umano.
Dal punto di vista linguistico, il lavoro di Feld si avvicina alla teoria della comunicazione jakobsoniana, connotato da una riflessione sulla semiotica e da un inventario fonologico della lingua kaluli. Il repertorio musicale, oltre ad essere registrato, è stato minuziosamente trascritto in notazione moderna assieme al testo, spesso tradotto sia in chiave referenziale che metaforica.
Feld suddivide il testo in sei capitoli, ognuno dei quali si focalizza su di una caratteristica specifica della collettività del Bosavi. Gli obiettivi fondamentali restano comunque due: lo scoprire il perché il suono provochi il pianto nei kaluli ed il valutare quanto gli uccelli condizionino i vari aspetti della loro vita.
Fra i kaluli si narrano ben dodici racconti sugli uccelli tra i quali spicca il mito del bambino che diventò un uccello Muni, storia che si pone alla base delle loro credenze riguardo alla vita dopo la morte e ad alcune strutture sociali da loro riconosciute.
La leggenda narra di un bambino che si recò al ruscello per pescare dei gamberetti assieme alla sorella maggiore. I fratelli si chiamavano rispettivamente adɛ, un termine simbolico che non sta solo ad identificare il mero rapporto di parentela fra i due, ma sottolinea il fatto che proprio grazie a questo legame di sangue esistano degli atteggiamenti vicendevoli da mantenere nelle situazioni. Il bambino, non riuscendo a pescare alcun gamberetto, chiese con tono supplichevole alla sorella di offrirgliene uno dei suoi, la quale rifiutò perché voleva destinarli ad altri familiari. Quando il bimbo riuscì a pescarne uno, magicamente le sue mani diventarono ali e si trasformò nell’uccello Muni, denominazione della colomba frugivora bella, il cui verso è identificato in un pianto discendente.
Questo semplice aneddoto è tramandato tra i kaluli per esplicare vari concetti. Innanzitutto, il rapporto fra adɛ è sacro in quanto esiste  nella tribù un forte senso di comunione ed è impensabile che una sorella non offra il suo gamberetto al fratello minore affamato. Inoltre, il bambino utilizza una forma di richiesta-implorazione (non ho x) chiamata gesema, utilizzata come convenzione sociale per chiedere agli altri qualcosa che non si ha, cercando di impietosirli. Negare ad un fanciullo il cibo, considerato il mezzo primario di condivisione, è l’atto più deplorevole che si possa attuare nella comunità kaluli. Inoltre, il bambino trasformatosi in uccello, è una metafora che indica la morte ed il passaggio nell’aldilà, configurato come la reincarnazione in un uccello. I kaluli credono che gli uccelli siano la manifestazione delle anime dei propri defunti ed ogni specie accoglie una identità specifica riconducibile ad una tipologia umana, comunicando con il mondo kaluli attraverso il proprio verso che viene codificato dagli uomini in canti, melodie o espressioni onomatopeiche.
Feld  dedica un capitolo  allo studio dell’ornitologia tassonomica kaluli, i quali dividono gli uccelli dapprima in due grandi categorie: arboricoli e terricolo. Sono poi divise ulteriormente in famiglie denominate in base al membro più grande e ed ancora in sottogruppi suddivisi per taglia, forma del becco o colore delle piume.  Le stagioni, le distanze e le altezze geografiche sono paragonate e stabilite secondo i movimenti e le abitudini degli uccelli, esistono anche dei tabù alimentari e delle associazioni metaforiche umane nei confronti di alcune categorie. Ad esempio, le donne non possono cibarsi di uccelli dalle piume rosse perché questo provocherebbe loro un ciclo mestruale doloro e più abbondante, oppure, alcuni uccelli molto lenti sono associati all’anzianità umana, i pipistrelli sono considerati velenosi e così via. Dal punto di vista dell’emissione sonora, i volatili sono contraddistinti in uccelli che cantano, che piangono, che emettono solo suoni, che parlano, che fanno rumore e che si lamentano.
Il linguaggio kaluli nella quotidianità è pragmatico e diretto, l’unico sprazzo poetico si svela nel canto, fatto quindi scaturire dagli uccelli spesso sotto forma di lamento. Il lamento riprodotto dalla comunità cambia aspetto in base al genere di appartenenza. Il lamento degli uomini è breve e si risolve in un modulo discendente dove sulla terza nota parte un testo. La donna invece esibisce un lamento più lungo, dapprima isterico e poi melodico, trasformando il lamento cantato in una elaborata canzone piangente. Nel Bosavi esistono sei forme di canzone vocale. Quattro di queste sono connotate da una struttura pentatonica e fanno parte del repertorio maschile. Le altre due restanti sono affidate alle donne, strutturate su una scala a tre suoni.
Il gisalo è un canto/lamento femminile collegato al mito dell’uccello Muni e non è eseguito all’aperto come le altre tipologie melodiche, ma nell’oscurità della longhouse, una casa comunitaria  di legno adibita a cerimonie. In caso di lutto, si dispiegano cinque diverse tipologie di canto le quali partono tutte dalla radice linguistica yɛlɛma (piangere), divise per genere e modalità esecutiva.
Il gana- yɛlɛma è un lamento melodico in falsetto, l’ iligi-yɛlɛma è il pianto scioccato degli uomini, il gana-gili yɛlɛma è un pianto convulsivo, il gese-yɛlɛma è un lamento melodico triste e pietoso destinato alle donne così come il sa-yɛlɛma, un canto lamentoso con un lungo testo. Gli uomini attraverso il lamento arrivano al pianto come una reazione naturale e rabbiosa. Le donne, anche in contesti luttuosi, sviluppano un lamento recitato, riflessivo e con un lungo testo. Strutturalmente queste melodie si basano su un modulo di quattro note con estensione di quinta, legate da un rapporto armonico di seconda maggiore e terza minore discendenti. Talvolta si possono riscontrare delle micro frasi nel mezzo della melodia, oppure si snodano dei lunghi testi cantati a canone. Grammaticalmente, le parole seguono due ordini: oggetto, soggetto e verbo oppure soggetto, oggetto e verbo, accompagnati da espressioni affettuose verso il defunto (solo noi due, marito, padre etc.) che designano anche il grado di parentela fra lui e coloro che lo piangono.
Molto spesso, durante il canto si creano aneddoti sui toponimi, luoghi fisici conosciuti dalla comunità, ai quali ci si riferisce per ricordare momenti passati vissuti insieme al defunto o domandarsi se sia andato in uno di quei posti.
Il  gisalo nodɔlɔ  è un canto gisalo che cambia l’assetto metaforico all’interno del testo, utilizzando delle immagini di toponimi o di fantasia differenti ogni volta, per creare una mappa concettuale, un viaggio tok, alternativa. Ricorrenti sono le metafore relative all’acqua che scandisce il tempo e il movimento del mondo, mentre gli uccelli comunicano i significati profondi della vita, tradotti poi dagli uomini in versi cantati. All’interno della melodie del gisalo, del lamento melodico sa-yεlab e del canto richiamo dell’uccello Muni, sono presenti due intervalli principali: la seconda maggiore discendente (gese) e la terza minore discendente (sa).
Gese, dall’imperativo gesema, è accostato ad una sensazione di tristezza e all’atteggiamento di implorazione tipico dei bambini, oppure può significare varie azioni come: parlare, cantare e  piangere. Sa invece si accosta al significato di cascata e richiama il canto delle colombe frugivore, simbolo di tristezza, isolamento e perdita. Le paure più grandi per i kaluli sono proprio il cadere solitudine e la morte e da queste scaturisce la loro celebrazione del mito dell’uccello Muni.
Il gulu è un indicatore di tempo che si rifà al flusso dell’acqua dall’alto verso il basso ma si unisce anche al movimento del sob, un sonaglio  di conchiglie che indossa il danzatore durante le cerimonie. Il gisalo viene cantato nella longhouse, dove vengono inoltre celebrati i riti funebri e le sedute spiritiche, entrambi al buio, dove il medium racconta dei viaggi fantastici e si destreggia in balli acrobatici rivestito di piume, proprio per avvicinarsi alla fisionomia di un uccello.
Per quanto riguarda l’espressione lessicologia, il mondo kaluli è intriso di concetti metalinguistici che vengono trasposti sia nelle cerimonie che nel pensiero comune. Il Bale to è un modo di comunicare attraverso parole rovesciate, metafore con intento didattico nei confronti della comunità. Il Sa-salan è un parlato interiore, è il significato all’interno delle parole che viene poi sviluppato stimolando la fantasia dell’ascoltatore, il quale deve partecipare mentalmente ed emotivamente al canto.
                                                                                                                                                                           Le Gɔnɔ to sono delle parole sonore dalle quali nascono onomatopee semantiche, in quanto si sfrutta il suono delle vocali in base alla loro posizione fonetica, per identificare i movimenti delle cose (una vocale alta identifica un movimento che parte dall’alto e così via). Fondamentale è poi la presenza del tok, il viaggio interiore fantastico che varia di volta in volta aggiungendo toponimi ed aneddoti, il quale si intraprende ascoltando il canto fino a sfociare nel pianto. Senza il pianto non vi è la vera partecipazione della comunità alla cerimonia e spesso, come comprova della buona riuscita dell’esecuzione da parte del cantore, egli viene ustionato subito dopo il momento di commozione generale.
I kaluli, attraverso il ricorso ad alcune desinenze, specificano un tempo verbale o attribuiscono sensi ulteriori alle parole. Ad esempio, il suffisso -e può significare un tempo passato o un’espressione di conferma, con il suffisso –o si può indicare uno stato di enfasi oppure azioni vicine o che stanno per iniziare mentre, con le desinenze -ele  / -olo si instaurano domande future o retoriche e risposte e azioni lontane già inziate.
Feld è fermamente contrario a quel pensiero etnomusicologico che si basa sulla convinzione che la musica tradizionale sia lontana da qualsiasi regola armonica e guarda alla musica con più ampie vedute, analizzandola non solo dal mero aspetto sonoro/teorico ma anche da un punto di vista sociale e antropologico.
Proprio per questi motivi, Feld ha tentato vari approcci analitici per meglio comprendere il significato musicale kaluli. Inizialmente, ha cercato delle risposte mediante le traduzioni della lingua, in quanto riteneva che attraverso il linguaggio, a prescindere dalla cultura di provenienza, si arrivasse ad una codificazione generalizzata dei messaggi musicali, ad una esplicazione dell’evento sonoro tramite la lingua. Feld ha imparato le tecniche musicali kaluli esibendosi dinanzi ad alcuni ascoltatori per farsi criticare  e correggere gli eventuali errori. Grazie a questo procedimento, Feld ha scoperto che è tipico del kaluli fare riferimenti al flusso dell’acqua o a delle cascate per spiegare il giusto andamento melodico e da ciò ha dedotto che la metodologia musicale dei kaluli si basa sull’utilizzo delle metafore.
I kaluli distinguono il testo dalla melodia, infatti gisalo significa canzone o melodia, mentre sa-gisalo significa testo o meglio testo dentro la melodia. La melodia gisalo è il richiamo simbolico dell’uccello Muni e quindi vi è la credenza che questa melodia provenga direttamente dagli uccelli, mentre il testo concorde con la melodia è frutto dell’uomo. Il suono è visto quindi come un prodotto naturale perché degli uccelli, il testo è culturale perché nasce dalla natura ma è estrapolato dall’uomo come forma di comunicazione. La melodia invece  è esteriore, è nell’aria, è già esistente perché viene dalla natura.
Alla fine della sua ricerca, Feld conclude che la vita dei kaluli è attorniata da un intreccio magico fra natura e cultura, dove il fine massimo per un uomo è il diventare un uccello, imitando i suoi versi con la voce, indossando costumi che si avvicinino alla sua linea, destinando in esso la propria esistenza dopo la morte.
Il saggio di Feld è un ampio specchio che permette di proiettarsi pienamente all’interno di un mondo che pare a noi così distante, offrendo l’occasione di conoscere soluzioni alternative ai nostri sistemi di socializzazione e concezioni naturalistiche ormai decadute in Occidente.
Questa ricerca permette inoltre di porsi nuove domande sul concetto di musica, oltre l’eterno dibattito tra lo spartito e l’oralità, riflettendo sul fatto che lì dove la natura detta il suono ed il ritmo, l’uomo è un mero esecutore e traduttore dinanzi al fascino e alla continua evocazione di ciò che è a lui preesistente. Sarà forse questa consapevolezza a suscitare il pianto negli uomini kaluli, il non sentirsi padroni ma fruitori supplicanti di una natura che oltre alla vita, gli ha donato il sogno e la musica.
 RRocks.

La mia straordinaria avventura con il Rolling Stone Magazine part1

Seppur di breve durata, ricordo con affetto questa settimana d'agosto 2010, una delle più importanti della mia vita. Un'esperienza indelebile nella mia mente alla quale ritorno metafisicamente ogni qual volta la mia consapevolezza del presente non mi gratifica. La mia storia è molto semplice e non necessita di plateali aneddoti romanzati sui miei trascorsi. Nella vita ho inseguito sempre un solo grande sogno: la musica. Dopo questa certezza, lo scrivere di essa mi è parso naturale e necessario. Dati questi precetti, alcuni anni fa decisi di tentare la tortuosa strada del giornalismo musicale. Non ho riscontrato ampi consensi né ho acquisito onorificenze che potessero ingranare il mio duro lavoro e protrarlo in alto, verso lande dove spira il vento della popolarità. Resto una giovane ragazza anonima con una grande passione. Molto spesso non mi basta e vorrei davvero concretizzare questo mio progetto di vita, eppure non tutto dipende da noi. Oggi mi domando se sia davvero questo il mio destino o se tale mio tentativo di emergere come giornalista sia una mera velleità che non è equiparata da una effettiva mia capacità nello scrivere. Forse non sono adatta ad adempiere il grande compito della comunicazione ma mi piacerebbe comunque provare, avere una possibilità. In tanti anni di porte sbattute in faccia, quasi non mi parve reale l'aver vinto il concorso come reporter per il Sziget di Budapest 2010. Alla prima telefonata da parte della redazione del Rolling Stone pensai fosse uno scherzo la interruppi bruscamente. Avevo inviato loro un mio articolo con una breve descrizione caratteriale e una foto molto semplice che mi ritraeva nel mio quotidiano attimo di godimento birroso. Ebbene, ero una tra tanti e partecipai senza molto entusiasmo perché ero certa di non essere scelta. 
Eppure non fu così. La gioia mi trasalì da ogni poro e pensai fosse come una manna dal cielo, un segno divino che mi illuminasse un percorso così tanto agognato. 
Quella settimana fu appunto indimenticabile e l'unica stella di diamante di cui io possa parlare per quanto riguarda la mia aspirante e ipotetica carriera. Dopo tre anni, resto ancora un'anonima ragazza con la passione per il rock e niente di più ma si sa, solo gli impavidi rasentano la vetta e forse, un giorno qualunque, potrò anch'io improvvisamente respirare l'ossigeno dall' Himalaya.

Questo è il report del mio primo giorno a Budapest, Enjoy.

Al via Sziget Festival 2010

Day Zero - Il Sziget Festival è un intreccio fantasioso di varie forme d'arte, una sequenza di emozioni, colori e sorrisi, un luogo dove chiunque si sente a casa, a prescindere dalla nazionalità.

E’ iniziato tutto nel lontano 1993. L’ isola di Obuda, nel cuore di Budapest, galleggia sul Danubio vestendosi a festa per raccogliere questo impressionante spettacolo, ormai divenuto il terzo festival più importante del mondo. Il Sziget Festival è un intreccio fantasioso di varie forme d’arte, una sequenza di emozioni, colori e sorrisi, un luogo dove chiunque si sente a casa, a prescindere dalla nazionalità. Quest’anno si esibiranno band di altissimo calibro, tra cui Iron Maiden, Bad Religion, Gotan Project, Thirty Second To Mars, Muse, Kasabian e tanti altri. C’è spazio per artisti di ogni corrente musicale i quali, in base al genere di provenienza, dispongono di un palco e una zona delimitati. Questa particolarità permette all´ascoltatore di passare con facilitá da un´atmosfera blueseggiante al mondo elettronico, riempiendo i minuti che separano i due ambienti con una canzone degli AC/DC come sottofondo.
Nonostante sia arrivata solo ieri, mi è stato impossibile non restare ammaliata dall’atmosfera generale, armonia e caos convivono magicamente nello stesso ambiente. La natura colora ogni spazio, accarezza chi si sdraia sui prati per essere baciato dal sole mentre l’aria trasporta l’eco musicale delle band sul palco, o dei particolari pub che offrono buona birra a prezzi iper convenienti. Qui è possibile trovare qualsiasi cosa, sembra quasi che sotto la distesa di sabbia, che fa da parterre per il maestoso palco, si possa scovare un tesoro. La varietà dei servizi offerta lascia poco spazio all’immaginazione: in pochi metri, cinquanta persone provenienti da ogni parte del mondo, mangiano prodotti tipici ungheresi, cinesi, messicani, americani e, ogni tanto, anche italiani. Ogni vialetto nasconde una peculiarità, esposizioni di quadri, bancarelle vintage, tatuatori e sempre tanta musica.
L´8 agosto ha visto l’arrivo della maggioranza dei partecipanti allo Sziget, sprizzanti d’energia e pronti a tutto, anche a cimentarsi nel bungee jumping, a scalare una colonna per poi riscendere attaccati ad una funivia o a bere un cocktail versato in un secchiello da spiaggia con una cannuccia lunghissima. Si sono inoltre esibite alcune band emergenti vincitrici di contest, la zona adibita alla musica blues/rock ha già proposto buone idee che approfondiremo meglio nei prossimi giorni.


Oggi, 9 agosto, chiamato il giorno “zero” perché precede i cinque giorni di fuoco in cui si esibiranno le band più conosciute, è dedicato al genere reggae/ska, un tripudio di ritmi incalzanti, la folla estasiata è sempre più fomentata dall´attesa e dalla curiosità di quello che accadrà nei prossimi giorni. I campeggi sono ormai pieni, da ogni dove spuntano persone di tutte le etá pronte a socializzare con uno smagliante sorriso sulle labbra e la cosa più speciale é proprio il riuscire a ricambiarlo con la più grande naturalezza. In tutta l’area si avverte un forte spirito di fratellanza che ricorda molto la cara Woodstock del 1969 nonostante si tratti di due realtà e storie differenti, perché lo Sziget ha qualcosa da raccontare ed insegnare al mondo.
Nell’isola di Obuda la sorpresa è sempre dietro l’angolo. Continuate a seguirci per scoprire il seguito di questa folle e straordinaria avventura.

RRocks

martedì 11 giugno 2013

Rfilessioni su "Notes & Neurons: In Search of the Common Chorus"

Il festival mondiale della scienza ha organizzato, nel 2009, un incontro  tra alcuni scienziati e studiosi (Daniel Levitin, Jamshed Bharucha e Lawrence Parsons) e musicisti (tra cui Bobby Mc Ferrin) dedicato alla esplorazione dei possibili collegamenti tra il cervello e i suoni, analizzando in particolare la gamma sonora che possiamo inserire nel concetto di nota musicale. Lo scopo del dibattito è stato il tentativo di dimostrare un’interazione fra la sezione emozionale del cervello e la musica. Bobby Mc Ferrin introduce l’argomento con un’esibizione canora poco usuale imitando con la propria voce il flusso dell’acqua. Il giornalista Schaefer sottolinea il fatto che nonostante l’esecuzione di Bobby non sia riconducibile ad una qualche melodia composta precedentemente né segua una sua logicità ritmica o armonica, gli ascoltatori vengono ugualmente coinvolti emotivamente dal brano, incamerando nella propria mente quei suoni che permettono loro di essere parte attiva del processo musicale. L’artista afferma che il brano composto per la serata potrebbe provenire da qualsiasi o da nessuna parte del mondo, accentuando l’ipotesi di una universalità sonora.
 Lo psicologo Daniel Lievitin identifica la musica come campo di studio della neuroscienza in quanto essa condiziona un ampio aspetto della mente umana. Questo accade perché alcune parti del cervello sono interessate al fenomeno musicale in vari modi. Essendo il cervello il centro delle emozioni, esso gestisce l’attività motoria che scaturisce dall’ascolto musicale quindi spinge a muovere gli altri organi corporei seguendo il moto delle onde sonore. Anche se si ascoltasse una melodia in modo passivo, tutto il corpo reagirebbe ugualmente all’impulso musicale in quanto questo tocca una qualche parte primordiale della nostra mente, l’attitudine istintuale. Oltre all’aspetto puramente fisico che riguarda il moto e l’udito, il cervello svolge un’attività di decodifica dei suoni coinvolgendo la memoria, la capacità associativa ed il senso di aspettativa su cosa potrebbe seguire una determinata serie di note. Il concetto di aspettativa può intendersi a breve e a lungo termine, può identificare una determinata cultura musicale o creare, più raramente, una commistione di generi.
La musica viene vista come linguaggio mondiale per mezzo dei famosi universalia che compongono le basi sonore della maggior parte delle culture esistenti. Tramite gli intervalli di ottava, di quinta o di terza maggiore e minore si può instaurare una rete di collegamento neurale tra i vari popoli del mondo il cui cervello riuscirà ad identificare come rapporto sonoro accettabile, riconoscendolo come facente parte della sezione mnemonica musicale. Anche il coinvolgimento emotivo che ne scaturisce molto spesso è similare tra le culture; ad esempio, un intervallo di seconda minore è largamente riconosciuto come input nostalgico o malinconico, gli intervalli perfetti di quarta e di quinta suggeriscono una condizione spirituale serena e priva di imprevisti, mentre una sesta minore può trasmettere una sensazione di pericolo.
Oltre ai suoni, protagonisti del processo neuronale sono timbro e tempo. Questi possono condizionare le emozioni dell’ascoltatore, incutendo tranquillità o inquietudine, euforia o tristezza.
Nella musica tradizionale indiana il ritmo sembra espandersi traducendosi in un’amplificazione del tempo in numeri complessi, arrivando a  gruppi di sette o tredici unità ritmiche ed esistono inoltre molte più scale rispetto a quelle riconosciute dalla cultura occidentale.
 La musica è una costruzione della mente, le vibrazioni diventano musica, non si tratta puramente di suono inteso come accezione comune ma è necessario un processo di decodifica dei suoni che è specifico di una determinata cultura. Quando il cervello ascolta il primo frammento di una scala esso crea automaticamente un’aspettativa sull’ipotetico susseguirsi dei suoni in base al proprio background culturale. Se una nota appartiene ad una determinata scala peculiare della tradizione di un luogo, gli ascoltatori di quella zona tenderanno sempre a riconoscerla e ad includerla in una successione di note coerente con l’aspettativa mnemonica. Basterebbe a creare questo processo anche un semplice accenno sonoro per intervalli o per scale che rimandasse a quella specifica nota, senza esplicitarla nella melodia.
Differentemente, se fosse proposta una serie melodica contenente una nota sconosciuta ad una determinata cultura, gli ascoltatori, non riconoscendo la nota nel proprio background, non riuscirebbero ad incamerarla istantaneamente nel cervello o a ipotizzarla in una successione di suoni. Per provare questo concetto viene fatto osservare un esperimento effettuato su due cantanti, una di origine nordamericana e l’altra indiana. Ad entrambe viene proposta la stessa serie melodica e vengono invitate a continuarla seguendo un flusso compositivo istintivo. La prima aggiungerà note differenti rispetto a quelle della seconda, in particolare, la cantante americana,  non riconoscendo nel proprio background il re bemolle che è invece tipico della cultura indiana, eviterà di inserirlo nella propria continuazione melodica nei primi due esperimenti. Durante però il terzo tentativo, la cantante americana riuscirà ad inserire il re bemolle nella propria melodia, in quanto, il prolungato ascolto dello stesso suono porta il cervello ad adattarsi a nuove situazioni e ad incamerare suoni ulteriori rispetto a quelli già conosciuti.
Questa è forse una delle più chiare dimostrazioni del collegamento fra musica e cervello e giustifica in parte gli effetti della globalizzazione musicale della nostra epoca. Pur continuando ad esistere culture autoctone, il mondo ha perso in gran parte il repertorio musicale specifico di una sola e determinata popolazione per dare spazio alla musica universale. L’intervento massmediatico ha permesso ad un giapponese di riprodurre perfettamente una scala minore blues e ad uno spagnolo di riconoscere una scala pentatonica cinese. A prescindere dalla consapevolezza delle importanti conseguenze scaturite da questo enorme evento, le quali attaccano la preservazione di un patrimonio culturale specifico, il cervello si è straordinariamente aperto a scambi interculturali, permettendo all’ascoltatore di incamerare informazioni provenienti da ogni dove e a riproporle indistintamente come repertorio sonoro di un io rinnovato.
Sotto il segno di “una musica di ogni e nessun dove”, l’incontro si conclude con un ensemble strumentale in cui ogni musicista esprime il proprio punto di vista musicale, miscelando suoni, memorie e culture differenti ma nello stesso tempo in armonia fra di loro, segno di un’elevata elasticità mentale che si lega ad ognuno per mezzo dell’istinto primordiale di qualsiasi uomo: l’emozione.



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