mercoledì 20 ottobre 2010

Ufomammut: EVE

Il trio italiano (Poia alla chitarra, Urlo al basso/voce e Vita alla batteria) ha sfornato il suo quinto lavoro: Eve. Gli Ufomammut sono una band che ha già solcato ,con discreto successo, i confini italiani (hanno suonato come gruppo spalla per band come i Down, i Baroness, i Motorpsycho), in Eve esplicitano una grande maturazione artistica. Sono dotati di grande carisma sia dal punto di vista dello sperimentalismo musicale che nella scelta dei temi trattati, il che rende difficile l’etichettarli in un genere ben definito. La loro peculiarità sta nella maestria di mescolare fluidamente il synth, il progressive, l’industrial e la psichedelia.
Fin dai loro primi album spiccano le ambientazioni più interiori e fantasiose, come quella demoniaca (in Lucifer Songs) oppure l’affascinante viaggio nello spazio (in Snailink). Eve è un’ode alla prima donna della storia e una riflessione sul senso di dolore e ribellione insiti nell’uomo fin dai primordi della creazione umana. L’album proietta la mente verso una discesa negli inferi, un brivido diabolico ma ingegnoso. È strutturato secondo la filosofia del “concept album”, sviluppato in cinque movimenti. È una ripresa della “psichedelia pinkfloydiana” in senso manieristico e perciò attualizzata tecnicamente e strumentalmente. Il non sottovalutare l’ombra dei Pink Floyd sugli Ufomammut è la chiave d’accesso alla comprensione del loro lavoro, così complesso, argomentato e stupefacente. 
Immediatamente, il primo movimento catapulta nell’oscurità, in un connubio tra synth e chitarra. La voce si presenta come un fantasma, creando un effetto di sacralità che rimanda al canto gregoriano. La forza e l’impatto musicale crescono d’intensità girando sullo stesso tema che diventa ossessivo. La musica si fa sempre più concitata, si avverte un’atmosfera spaziale dalla quale nasce il secondo movimento, accompagnato da bisbigli vocali e una micro melodia composta tre suoni discendenti, la quale viene ripetuta ininterrottamente e, seguita da sottofondi dal timbro grave e pesante, produce molta tensione.
 I tre suoni si acquietano e lasciano spazio ad una voce dalla declamazione soave, per poi ripiombare nel buio al termine del brano, dove la batteria scandisce un ritmo sempre più concitato e aggressivo e collega al terzo movimento, dal sapore davvero infernale. Dopo il riverbero, entra la voce evolutasi in un grido disperato, come fosse un momento concesso ad Eva per dare libero sfogo al suo dolore, causato dal rimorso per gli errori da lei commessi e dalla sua conseguente dannazione. Il tempo incalza e sul quarto movimento la chitarra si destreggia in un intenso e combattivo assolo dal quale risorge la voce/urlo.
Tutto è pronto per la risoluzione, il quinto e ultimo movimento ha un carattere epico e nel contempo funerario, luttuoso. Sempre più oscuro, la velocità aumenta e voci di sottofondo farfugliano in sordina divenendo assordanti, pare quasi che rasentino la follia. Il finale ripropone la micro melodia di tre suoni che resta nuda, sola, fino a spegnersi nel nulla dopo l’avventura nel caos. Casualità o premeditazione, il numero 3 risuona in tutto l’album, (il terzo movimento che ospita il grido disperato dura tre minuti, è preceduto dalla stessa serie di tre suoni che chiude l’ultimo brano). Numero sacro per antonomasia, sancisce il patto tra Eva e Dio in un mondo musicale geniale, fuori dagli schemi, nella eterna lotta tra bene e male.
Eve è un album dal raro fascino, si presta ad ampie possibilità di meditazione e trascendenza dal pensiero generale, colpisce nel profondo dell’animo umano offrendo nuovi punti di vista. È stato prodotto dalla Supernatural Cat con apporti grafici e video a cura della Malleus Rock Art Lab.
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venerdì 20 agosto 2010

The Gosh: Blow in a Ball

Quattro ragazzi liguri producono il loro secondo album, Blow in a ball. I The Gosh ( Luca/voce, Bob/chitarra, Ettore/basso, Felix/batteria) sono già reduci da un tour europeo/americano, grazie al successo del loro primo disco, Pineland, che prende nome dalla loro città natale, ai confini con la Francia. Sicuramente il loro viaggio oltreoceano ha innescato in loro influenze musicali precedentemente non prese in considerazione, aumentando il loro bagaglio culturale con altri spunti d’innovazione.

Il genere da loro proposto si avvicina ad un indie con forti venature new wave , talvolta funky, un dualismo british/american portato avanti con la passione italiana. Il loro sound è fresco, giovane, non superficiale ma leggero, fantasioso. Le melodie ben ritmate accompagnano viaggi in corsa sotto il sole, in continua ricerca sonora. Coinvolgono e trasportano nel desiderio di libertà, nell’estasi del volo di una farfalla.

Sono accompagnati da una squeeze box, suonata dal cantante, il che amplifica la loro indole originale e sopra le righe. La band, durante i suoi live, è molto attenta anche all’aspetto visuale, dove Vj Lollo contribuisce allestendo scenografie con proiezioni urbane e stranianti.
Blow in a ball è  stato prodotto dalla Seahorse Recordings ed è un buon punto di riferimento per l’area indie poco canonica e più individualmente creativa.
RRocks

venerdì 30 luglio 2010

Stone Temple Pilots: Stone Temple Pilots

Tra rimasugli del passato e evoluzioni, gli Stone Temple Pilots propongono il loro settimo album dopo ben sette anni di silenzio. La band, nel 1992, inserisce il suo nome nella lista delle pietre miliari della così detta scuola “grunge”, capitanata ovviamente dalla città di Seattle, nonostante il gruppo sia di origine californiana. I loro due album più conosciuti sono Core (1992) e Purple (1994), che emanano il massimo della loro energia ipnotizzante, sperimentando un sound forte e dal tocco assolutamente personale.
Dagli inizi, la formazione è rimasta intatta (Scott Weiland - voce, Dean DeLeo - chitarra, Robert DeLeo  -basso, Eric Kretz - batteria), grazie al ritorno del  frontman Scott Weiland, il quale, dopo aver composto due album da solista e aver calcato i palchi come cantante dei Velvet Revolver (che hanno concepito singoli noti al pubblico internazionale) per una breve stagione durata due dischi, si lancia a ritroso nel trascorso, lì dove ha segnato la storia, seppur con occhi diversi. Certamente, il suo viaggio dentro altri orizzonti musicali ha condizionato molto la composizione di questo album, che in parte ripropone la carica emotiva del passato e in parte la rinnega, aprendosi  a momenti dalle sonorità soft, che si fanno affascinare dalla riflessione e dalle romanticherie. Sicuramente non sono più gli scapestrati di wicked garden o vasoline, ma in alcuni brani si respira ancora l’aria di quel carattere irriverente e grintoso. Questo lavoro abbraccia e codifica in note tutte le loro esperienze ormai ventennali e zampilla su onde che variano dal brit pop, al vecchio rock’n’roll, al post/grunge, al glam rock.
È evidente un cambiamento di base, sia nella scelta stilistica che tematica. È naturale che un artista progredisca e di conseguenza modifichi la propria arte in base alle proprie esigenze, come, d’altro canto, è comprensibile che l’ascoltatore si trovi inizialmente spiazzato dall’eventuale trasformazione dell’idea di quel prodotto artistico, alla quale si era abituato. Resta comunque un buon disco, senza dubbio non è il più emblematico della loro produzione, ma segna l’inizio di una nuova era, di un’altra chance, pur mantenendo l’essenza del loro carisma.
Gli stone temple pilots sono già in tour mondiale per festeggiare la reunion e proporre ai fans il nuovo album, prodotto dall’ Atlantic Records.

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martedì 20 luglio 2010

Jocelyn Pulsar: Il gruppo spalla non fa il suondcheck

I Jocelyn pulsar, formatisi nel 2001, hanno prodotto il loro ultimo disco, “Il gruppo spalla non fa il suondcheck”. Il titolo è alquanto ironico, è originale il loro essersi focalizzati sull’esperienza musicale vista dall’ottica di gruppi molto spesso subordinati alle band più acclamate. La loro è una sensazione riscontrabile un po’ in tutti gli aspetti della realtà, un contrasto tra vita artefatta e vita genuina.
La band di Forlì ruota nell’orbita di indie/pop movimentato e brioso, in questo album racconta con spontaneità la vita quotidiana giovanile, mettendo in luce alcuni dettagli che talvolta passano inosservati e usando espressioni stravaganti, del tipo: “babbo natale non lo senti perché fa piano”  (nel brano: il gruppo spalla non fa il soundcheck),  oppure lo scherzoso aneddoto su di un gatto che non sa di finire in pentola ai ristoranti cinesi (in: spaghetti di riso con le verdure senza uova).
Si intrecciano momenti di riflessione sul ricordo di un’infanzia felice a pensieri, un po’ annoiati, sul da farsi nel concreto di tutti i giorni, come accendere la televisione, cucinare, uscire, guardare un film horror. Il tempo scorre e sorge spontanea l’ipotesi di come sarebbe stato se in passato fossero state scelte opzioni diverse, come fare il pilota spaziale e godersi un universo privo di legge gravitazionale.
Non mancano neppure degli incontri fantastici con un venditore di quadri, affabile promotore della cultura seppur sconosciuto dai più. Questo album  raccoglie le peculiarità delle esistenze di persone semplici, le vere protagoniste del quotidiano, le quali riescono a fuggire dalla monotonia attaccandosi al sogno e alla vivacità.


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venerdì 11 giugno 2010

Are you ready to be dazed? Il glam degli Skull Daze fa tremare la capitale.

Dai sobborghi della capitale vibra su estrose frequenze il sound degli Skull Daze, una glam band romana di recente formazione che ha solcato i palchi dei locali più tipicamente rock della città, frequentati soprattutto dai fedeli amanti del genere.  Il timone che guida il loro indirizzo musicale si affaccia sul panorama glam, un hard rock energico e dal forte carattere, indurito da qualche sfumatura heavy e sdrammatizzato da alcune reminescenze di un rock’n’roll più scanzonato. Il gruppo si forma nel 2007, nel quale iniziano a comporre alcune demo, integrate poi all’interno del loro album d’esordio, “Skull Daze”, prodotto nel 2010 dalla Street Symphonies Records. Il disco si snoda in dieci tracce movimentate da una forte verve e da quel carattere sfrontato e tenace che si avvicina alla famosa comunicatività libera e ribelle, raccontata dal rock della generazione americana degli “eighties”. Non a caso,  le loro influenze musicali provengono da band storiche  di tale periodo, quali Vain o Mötley Crüe, condendole però con proposte innovative che possano avvicinarsi alle aspettative degli ascoltatori odierni. Gli Skull Daze stanno acquisendo vasti apprezzamenti anche dall’estero,  il loro album è stato posizionato al settimo posto della classifica “Best of 25”, redatta dalla webzine internazionale “Sleaze Roxx”, enumerante i migliori prodotti hard rock del 2010. “Are you ready to be dazed?” è il loro minaccioso grido di battaglia diretto al pubblico, il quale lo avvisa del fatto che l’approccio alla loro musica potrebbe causargli uno stordimento emozionale. 


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sabato 15 maggio 2010

Sakee Sed: Alle Basi Della Roncola

Due ragazzi bergamaschi, Marco Ghezzi e Gianluca Perucchini, presentano il loro album d’esordio. I Sakee Sed si presentano come un duo rock/indie/sperimentale, dall’indole alquanto creativa e sopra le righe. Paradossalmente, hanno alle spalle un passato opposto all’odierna linea da loro proposta: erano un gruppo rock/stoner chiamato Deseekas (esatto inverso di Sakee Sed) convertito al nuovo sound grazie all’incontro col fantomatico Howard, un pianoforte del primo ‘900 che accompagna con maestria le loro canzoni. Alle Basi Della Roncola è un titolo edificante, dal sapore genuino e proviene dal  nome del monte ai cui piedi è cresciuta l’estrosa band. È un album introspettivo, dal forte gusto retrò, avvalorato dalle sonorità di Howard che si destreggia in raffinate scale blueseggianti. Atmosfere oniriche colorate da strumenti a fiato, ukulele o vibrafoni, fanno da sfondo ad un senso di melanconia che vola con una leggerezza tale da essere capace di negarsi.
Si respira aria da caffè letterario in tutta la sua ricercatezza,  con qualche accento vagamente bohèmienne. Tra fantastici viaggi urbani e rurali, si vive una dimensione che temporeggia a metà tra depressione e brio. Molti i riferimenti all’alcool e alla droga, trattati con una leggiadria quasi infantile, una sorta di rifiuto del risveglio nella corruzione contemporanea dal quale scaturisce una soluzione immaginaria, alternativa.
 Nel tempo infinito dello status di fanciullezza, si ode un’ingenuità un po’ svampita , capace di discorrere anche di realtà raccapriccianti, come l’insoddisfazione sociale o lavorativa che spesso sfocia, tristemente, nell’abuso di whisky e lsd. Ogni brano è metaforico, alienante, fresco come un soffio di vento. Si attinge alle vecchie scuole country, rock’n’roll, blues che trasportano la mente verso ricordi lontani, scrivendo una favola dell’esistenza delicata e amara nel contempo. Testi affascinanti e allusivi rammentano lo spirito da poeta maledetto alla ricerca di parole non comuni, smossi da sonorità signorili e amabili. Durante le esibizioni live ai Sakee Sed si aggrega talvolta un gruppo di amici musicisti denominati “family” , i quali rafforzano l’aspetto da camerata artistica.
Alle Basi Della Roncola è un viaggio alla ricerca dell’elisir di eterna giovinezza, ovunque cercato e trovato , dai Sakee Sed, nella freschezza di parole aggraziate e musica incantata e incantevole.

                                                                                                                          RRocks

lunedì 10 maggio 2010

Drunken Butterfly: L'ultima Risata

La band marchigiana ha prodotto il suo quarto album: l’ultima risata , la cui nascita è da ricondursi alla loro esperienza di compositore di musica da sottofondo che accompagnasse l’omonimo film dell’ illustre regista tedesco W.F. Murnau. L’ultima risata è un film muto del 1924, dal sapore tragicomico con tanto di “happy ending”, alla cui sonorizzazione i Drunken Butterfly hanno lavorato in occasione del festival del cinema muto di Macerata, intitolato Mutomaggio. Dato il successo del montaggio tra il film e la sua musica, il gruppo decide di riproporre il progetto attraverso un disco di tredici tracce, interamente dedicato alle sequenze del film, addirittura seguendo anche gli eventi cronologici e tematici (per esempio, l’atlantic hotel è l’albergo dove lavora come portiere il protagonista del film, il der letzte mann). In ogni brano è il titolo ad essere emblematico data la quasi totale assenza di testi, la musica esplica i concetti base e offre nuovi punti di vista senza l’ausilio meramente verbale, il che unisce ancor più il dualismo tra il film muto in quanto arte totalizzante e l’essenza stessa della musica. Ognuna delle due arti è a se stante, non sarebbe possibile ricondurre l’origine dei brani al film se non si sapesse del progetto precedente, né il film ha di loro necessitato nel momento della sua produzione. Soprattutto per questo, il risultato che ne deriva è una moltiplicazione artistica, sensoriale ed emozionale del messaggio originario.
Oltre la trama cinematografica, l’album narra un viaggio fantastico, complesso, tra ritmi incalzanti e melodie offuscate, ovattate. Tutto il disco è specchio di un’introspezione soggetta a picchi emotivi, tra disperazione, attimi di smarrimento e serenità, colorati da dissonanze e falsetti.  Il tutto pare propenso verso dimensioni spaziali, atemporali, attonite.  Talvolta si incontrano voci sussurrate, come dolci sospiri vocali, intrecciate a suoni psicheledici, dissonanze, pianoforti e synth. La leggerezza del sound culla i pensieri come in un sogno, un’esperienza trascendentale ricca di significati.
L’ultima risata è un album affascinante all’insegna dell’originalità tematica e dello sperimentalismo, è stato prodotto dalla Irma Records.

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mercoledì 7 aprile 2010

Froben: Lo Sguardo del Pazzo

La band siracusana propone al pubblico il suo primo disco. Il loro nome  è stato suggerito dal cantante in preda ad una faringite e deriva dall’omonimo medicinale a lui somministrato.
Lo sguardo del pazzo è colorato da dieci tracce suggestive, stranianti. Si affacciano all’introspezione e all’osservazione della realtà da punti di vista soggettivi e fantasiosi. Amore, passione, delicatezza, sono cucite con maestria da suoni caldi come un soffio di vento sulle spiagge siciliane. Il tempo corre e sfugge al pensiero umano durante il suo porsi domande esistenziali, semplici ma fondamentali. Testo e musica si intrecciano offrendo linguaggi metaforici, figli di un’esperienza interiorizzata tra ricordi fantasma evocati dal desiderio di profumi d’amore, in bilico tra pathos nostalgico e gioia. L’ambiente sonoro è quello del sogno, tra pianoforti picchiettati con dolcezza e volumi soffusi ma intensi, tutto concorre a completare l’idea di un’aura trascendentale, psicologica. È un’ode alla pseudo pazzia positiva, quella che da un tocco di vivacità alla vita, un’estasi che si coglie in sguardi profondi e contemporaneamente distratti, liberi dalle opinioni diffidenti di chi assiste.

A detta dei Frobenlo sguardo del pazzo è di tutti” e sarebbe interessante andare a testare quanto sia vera questa affermazione. Gli occhi dell’immaginazione sono un bene comune ed i Froben li hanno presi come stimolo creativo con convinzione e sentimento. Per il brano "I capelli raccolti di Annes" è stata creata anche un’elegante illustrazione a cura Antonella Pinnetti Anteprima. La casa produttrice è la Seahorse Recordings.


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sabato 20 marzo 2010

L.A. GUNS HAVE SHOWN NO MERCY!

L.A. Guns live in Rome, 3 marzo 2010, Jailbreak.
Uno degli ultimi baluardi del Glam, mantenutosi ancora vigoroso, si è esibito a Roma lo scorso 3 marzo presso il Jailbreak di via Tiburtina. Gli L.A. Guns sono un gruppo di Los Angeles nato nel lontano 1983 che, assieme a Guns’n’Roses, Mötley Crüe, W.A.S.P., Ratt, Warrant, Poison (e numerose altre meritevoli band) ha dato vita al mito dell’ Hair Rock, segnando profondamente la generazione degli “eighties” .
Non è da sottovalutare l’impatto psicologico, emotivo, oltre a quello ovviamente musicale, del Glam sugli animi degli ascoltatori, una revisione in chiave moderna del movimento “hippy”, diversi presupposti ma stesso potenziale carismatico ed ipnotico. Pare che io stia argomentando un evento che appare più in qualità di reperto storico piuttosto che di movimento contemporaneo. Proviamo a capire quale delle due ipotesi sia la più realistica. Nonostante non sia stata una rivoluzione portata avanti dal nostro Paese in quanto fonda le sue radici quasi totalmente negli Stati Uniti, in Italia, che si sappia o meno, vivono ancora oggi migliaia di seguaci del Glam. Non bisogna distinguerli dalla massa per l’adozione di un abbigliamento che appare direttamente riesumato dai tipici guardaroba degli anni ’80, perché questo li ridurrebbe ad un mero ed effimero stereotipo, non è questo il punto. Il Glam è molto più di un semplice ed alternativo life style, è un qualcosa di intimo, una condizione mentale.  Mai essere superficiali quando si discute di questioni sentimentali e credo che la musica sia una delle massime esteriorizzazioni e, nello stesso tempo, interiorizzazioni dell’indole più nascosta dell’uomo.
Avendo assistito in prima persona al concerto, non mi sentivo capace di escludere l’emozione soggettiva piuttosto che limitarmi una mera elencazione dei fatti. Appena arrivata al Jailbreak avverto un forte profumo di casa. Sul palco si destreggia il gruppo spalla degli L.A. Guns, i Marconi, un’eccellente band emergente bolognese. Godono di un’ottima qualità tecnica, da sommarsi ad una voce fuori dal comune e grintose idee musicali, sicuramente una delle tante risposte positive alla odierna domanda retorica sull’esistenza o persistenza del Rock genuino e concreto in Italia. Dopo il forte spettacolo dei Marconi, l’ansia d’attesa inizia a moltiplicarsi tra i fans, intrattenuti dal sapiente dj, con uno dei dischi storici degli anni ‘80: Dr. Feelgood dei Mötley Crüe. Fa sempre piacere notare su volti di sconosciuti l’emozione di cantare a squarciagola , magari per la centesima volta, canzoni come Kickstart my heart , Same ol’ situation, Without you, che hanno segnato la mia crescita musicale e mentale. È stato uno di quei momenti in cui si dimentica lo stato di solitudine, sentirsi stretti dentro un’unica grande morsa, una fratellanza legata dall’amore per il rock, che tante volte è più forte di quella sanguinea.
Dopo l’estenuante attesa, come di consueto, si spengono le luci ed entrano gli L.A. Guns, tra gli spasimi e le urla dei più provati. Da subito partono con i loro tormentoni, il primo brano è No Mercy, un classico datato 1988. A seguire: Sex Action, One More Reason, One Way Ticket (tra commozioni varie con tanto di sottofondo luminoso creato dagli accendini) Electric Gypsy, Sleazy Come Easy Go, Never Enough, My Koo Ka Choo, Kiss My Love Goodbye,Some Lie 4 Love. Sostanzialmente, non hanno dimenticato quasi nessuno dei brani contenuti nei loro primi tre album: L.A. Guns (1988), Cooked & Loaded (1989) e Hollywood Vampires (1991). La scena è movimentata da assoli di chitarra sfrenati del grande Stacey Blades, Steve Riley (ex componente dei W.A.S.P.), alla batteria, allieta i timpani con ritmi incalzanti, Phil Lewis che destreggia una buona vocalità nonostante i suoi 53 anni; tutto ciò confluisce a far aumentare l’euforia generale di non molti ma super coinvolti spettatori. Tra una song e l’altra, il cantante non manca di esternare il suo affetto per l’Italia, raccontando anche una piccola trasferta della band al colosseo e si stupisce del fatto che il pubblico conosca tutte le canzoni a memoria. Presenta anche il nuovo bassista che gode di ottima fama, Kenny Kweens (ex bassista dei Beautiful Creatures).

Dopo due ore di totale evasione, energia collettiva, danze oniriche, sorrisi e sguardi ipnotizzati diretti verso il palco, gli L.A. Guns lasciano il pubblico, che sarebbe rimasto volentieri ad ascoltarli per molto altro tempo ancora, promettendogli di firmare qualche autografo dopo un breve intervallo. Anche col passare del tempo, mantengono sia il loro charme, emanando una forza sovrannaturale dalla quale è impossibile restare illesi, che quel classico sapore da ragazzi scanzonati, trasgressivi, ironici e sensuali. Il loro inconfondibile “feel appeal” ha saputo oltrepassare il periodo di classica fioritura del Glam e con coraggio l’hanno riproposto oggi, anche a gente che ne ha solo sentito parlare piuttosto che viverlo in prima persona.
Tristemente, i fans giungono al momento di salutare questo pezzo di storia e lo fanno con una brezza di malinconia mischiata a frenesia benigna post-concerto. Nel cuore, oltre alla forte emozione, dopo uno show di tale livello, ci si interroga sempre sulla stessa questione: il Rock è morto?
La mia personale risposta, ogni volta in cui mi viene posta questa fatidica domanda oppure quando rifletto a riguardo in solitudine, è sempre la stessa. Finché per esso esisteranno persone disposte a donargli l’anima, a pagare questa irrefrenabile passione con talvolta estreme conseguenze come l’emarginazione, i pregiudizi, l’incomprensione cosmica, non morirà mai. I gusti musicali, sotto democrazia, non dovrebbero essere discriminanti, eppure troppe volte sono stata oggetto di scherno per il mio look o perché vivo di ricordi di un magnifico mondo che si ritiene decaduto. Nonostante goda di una felice vita sociale, non posso astenermi dal polemizzare sulla nostra realtà, dove il diverso è visto come un potenziale e pericoloso antagonista del sistema convenzionale vigente.
 La libertà di essere è l’unico diritto che ci è rimasto per il quale valga la pena lottare ed io, ne ho visto un piccolo spiraglio, la sera del 3 marzo 2010 al concerto degli L.A. Guns.

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domenica 10 gennaio 2010

Alternative rock: cinque nuove leve del "made in italy"

L’orizzonte dell’alternative italiano sprigiona molte giovani, grandi promesse.
Cinque caratteri diversi hanno dato vita a buoni lavori all’insegna dell’originalità. Ogni band gode di un grande carisma che, unito a qualità tecnica e grinta, crea una carta vincente che supera i confini nazionali.

Gli Everglade sono colorati da un alternative aggressivo, duro. Si dilettano in un album molto interessante ed intimistico: Things To Save (su etichetta Andromeda). Il loro forte carattere deriva dal mix di un gusto vagamente grunge, una voce calda, intensa, intessuta su armonie ben congeniate. (Voto 4/5)
I romani Exempla Traunt, che escono su Exceed Records, non sono da meno. Con il loro lavoro, Run Away, vantano una venatura psichedelica, molto vicina al synth pop ed una tenebrosa voce femminile. Il loro giocare sugli stili, dalla delicatezza alla grinta, lascia spazio anche a sassofono e ad inserti di elettronica. (Voto 3,5/5)
Fra le etichette più attente alla scena alt-rock nostrana c’è sicuramente l’Andromeda, che ha accasato, tra gli altri, Shw, Last Mistake e Vanity Cruel.
Gli Shw ballano su ritmiche difficili e un sound insolito proponendo E-Life. Una voce calda che segue buone dinamiche, passa dal movimento alla stasi con maestria e stile. Sono capaci di grande intensità e di far affiorare immagini fantasiose nella mente dell’ascoltatore. (Voto 3,4/5)
I Last Mistake attingono a grandi band del passato (Queen, Raibow) per proporre uno stile sia heavy (ecco il perchè della loro autodefinizione di genere) che docile, che sfocia sul contrasto tra rift potenti e voce sensibile. Ciò permette a Living Again di essere un disco innovativo e coinvolgente. Molto consueto il ricorso al pianoforte e ad armonie angeliche che lasciano in una dimensione trasognante. (Voto 3,8/5)
I torinesi Vanity Cruel, con Torino Non Dorme, si muovono in ritmiche incalzanti per una musica elegante e riflessiva, con ricorso al dualismo tra voce maschile e femminile. La loro freschezza ed originalità si notano anche nell’utilizzo di mezzi che riecheggiano il sound cittadino. Sono intriganti e controcorrente. (Voto 3,2/5)
Cinque band abbastanza diverse fra loro, ma con la stessa passione e la stessa attitudine verso la Musica. Gli Everglade sono quelli che probabilmente hanno una marcia in più, ma tutti i gruppi del lotto meritano attenzione per la loro abilità di essere personali ed originali, senza rinunciare alla loro forza comunicativa.


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sabato 2 gennaio 2010

Space Paranoids: Lingeras

Quattro ragazzi, dalle esperienze musicali diverse, si incontrano attraverso la partecipazione a delle jam sessions e la band è fatta.
Gli Space Paranoids provengono dalla provincia di Cuneo. Si definiscono “mountain stoner rock” perché sono nati in paesaggi alpini, dai quali traggono ispirazione per la loro musica (come anche dallo spazio o da personaggi di pura fantasia). È una band fresca, un po’ ribelle, dalla forte personalità.
Lingeras è il loro secondo lavoro, un altro piccolo passo da aggiungere al loro primo demo (Space Paranoids) prodotto nel 2008, grazie al quale hanno avuto modo di farsi conoscere in varie città italiane.  I testi sono molto originali, segno di anime estroverse, sono i classici ragazzi on the road, alla continua ricerca del fascino della libertà.
L’album contiene solo quattro tracce, ma significative. Tecnicamente, Lingeras è una commistione di generi, risultante anche dalle loro variegate fonti di ispirazione come (Black Sabbath, Pink Floyd o Kyuss).
La prima traccia, It Tastes Of Beer And Beans, è una vera filosofia di vita per loro. Ha molto il sapore dell’atmosfera scoppiettante che vede protagonisti quattro amici sorseggiare una birra. Un grintoso rift, accompagnato da una batteria energica, sostiene una canzone dall’indole heavy, il tutto condito con fagioli speziati e  voce, aggressiva quanto basta per esprimere l’estro giovanile.
Goat’s Bridge è un brano molto concitato da una lunga introduzione strumentale. Le risoluzioni musicali sono secche e di effetto. L’aggiunta di percussioni dona un tocco tribale al tutto.
Three Lonely Pins è introdotta da un caldo accompagnamento di percussioni, il quale, missato agli strumenti ci catapulta in un’atmosfera fiabesca. Il brano procede per giochi di doppia voce con un bell’assolo sul finale.  È il pezzo più ricco di effetti dell’album, sicuramente il più curato, con qualche venatura blues.
L’ultima traccia, To Die and to Let Die, è avviata da una citazione di un film di Sergio Leone (grande mentore per i ragazzi) una scelta particolare per una canzone orecchiabile e graffiante.
Gli Space Paranoids sono prossimi a varcare il confine italiano con il loro primo tour all’ estero.
Essendo una band ai primordi della propria carriera, è evidente la necessità di migliorare qualche aspetto tecnico e stilistico, ma ci sono tutti i buoni propositi e la giusta carica per dare vita a progetti più ricchi e consolidati.


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