Situato in via Bari, il
Teatro Italia ha ospitato, la sera
del 19 maggio 2012, un episodio del tutto eccezionale ed unico nel suo genere.
L’Artale Afro percussion band è formata
da un’entità fissa di tre musicisti (Ruggerto Artale, Roberto Genovesi e Bryan
Musa) la quale si avvale della collaborazione di numerosi artisti, provenienti prevalentemente dall’Africa e da varie parti
del mondo. La sua peculiarità sta nel proporre un connubio affascinante fra repertori
appartenenti a musiche tradizionali ed influenze contemporanee, offrendo così
la possibilità di intraprendere un tuffo nel passato pur restando nel presente,
una ricerca e trasmissione antropologiche delle radici umane legate ad una
riflessione sulle prospettive future. Il gruppo a teatro ha presentato il suo
ultimo album intitolato “Roma dreams
african drums”, in occasione della ventesima edizione di Etnie, un evento culturale che offre la
possibilità di conoscere le forme artistiche di mondi in cui sono ancora vivi
gli “usi e costumi” autoctoni, divulgandoli mediante l’istituzione di uno stage internazionale dedicato
al’insegnamento di danza, canto e percussioni appartenenti al patrimonio del
folclore popolare.
L’Artale Afro percussion band ha
proposto nell’esibizione una rivisitazione
di brani tradizionali africani, colorandola con caratteristiche
supplementari provenienti dall’Occidente, creando così un’esperienza
trascendentale senza tempo.
L’entrata in scena inizia con un crescendo cromatico e sonoro
che, partendo dal buio più pesto ed un’incalzante scansione ritmica, svela un ricco numero di musicisti, ballerini e
strumenti di varia natura (elettronici, idiofoni, percussioni). Ad ogni
elemento della band è assegnato un compito specifico che confluisce nella composizione
di una miscellanea di stili, sonorità e caratteri, una corrente carismatica di
emozioni, culture e pensieri. Si sono esibiti: Ruggero Artale (percussioni e
voce), Stefano Cesare (basso e voce), Roberto Genovesi (chitarra e voce), Bryan
Musa (voce solista dal Congo) e, direttamente dal Senegal, Odette Gomis (danza
e voce), El Hadji M’Baye (dun dun), Ismaila M’Baye (djembé), Jean N’Diaye (danza
e voce) e Pap Yeri Samb (djembé e voce).
L’intro ritmico-musicale di xilofono e chitarra
si sposa con una voce calda e profonda che si affaccia su orizzonti lontani per
poi dare spazio ad Afro embé, una
canzone dai colori esotici, a tratti iberici, focalizzata sulla denuncia
dell’abbandono infantile e della sofferenza. In questo flusso soave di voce e
suoni, la sezione ritmica cresce d’intensità fino a raggiungere un punto
nevralgico, per poi tornare ad assopirsi nella magica atmosfera. A seguire
incontriamo Djembè suite, un brano
movimentato e vigoroso di sole percussioni che porta nel titolo la propria
sintesi, in quanto prende il nome dai
due strumenti prevalenti nel suo svolgimento, di natura prettamente africana:
lo djembè (tamburo a calice) ed il dun dun (meglio conosciuto come tamburo
parlante). L’atmosfera creata dal pulsare del ritmo è densa di immagini che ci rimandano
in posti distanti rispetto al reale svolgimento dell’esecuzione. Cambiando
ancora prospettiva, ci si lascia cullare da una dolce melodia introdotta dalla
chitarra formante la colonna vertebrale
di Nakupenda, una canzone d’amore
profonda e mite. Dopo tale calma apparente, ancora un sapore nuovo: Pap-dununbar, una rivisitazione di una
danza tradizionale religiosa con struttura melodica a tema e risposta. Dal
propagarsi della sezione vocale si sviluppa una danza sfrenata di una coppia di
ballerini, i quali, trasportati dal serrato impulso ritmico delle percussioni, si
dispiegano in affascinanti acrobazie come se si trovassero in una dimensione
altra. Per enfatizzare l’atmosfera trascendentale, un musicista di djembè si pone al centro del palco, in
perfetta sintonia con i danzatori.
Dopo una breve pausa,
il ritorno in scena si presenta attraverso una sfilata di djembé che dettano il tempo dal
fondo sala, la cui esposizione virtuosistica è prodotta da due musicisti che si
avvicinano sempre più al palco per poi riunirsi con il resto del gruppo ed
accompagnare una passionale danza tradizionale. A seguire, altre canzoni dall’assetto
multi stilistico, abbracciate dalla sezione sia vocale che strumentale, le
quali trasmettono un forte senso di serenità e profonda simmetria interiore.
Tra queste risalta Bamba funky,
impostata in forma di dialogo fra uomini appartenenti a religioni diverse, i
quali si domandano sul perché dell’esista dell’odio inarrestabile fra i popoli,
un invito alla fratellanza universale rivisitato in chiave “afro-funky”. Durante
lo svolgersi del finale dello spettacolo, il gruppo invita alcuni
musicisti presenti in sala affinché si
uniscano a loro in una jam session molto corposa.
Il finale è di grande
emozione, la band propone un inno all’amore, Surubà, un brano scritto con Karl Potter che esprime con più vigore
il messaggio non solo prettamente sonoro ma anche spirituale della band.
Gradualmente, i ballerini invitano il pubblico tutto a salire sul palco per iniziare
una danza generale, un gesto che sancisce il forte senso di condivisione che
contraddistingue questi egregi e fascinosi artisti.Tra i sorrisi della gente e
l’aria festiva che si è creata a teatro, è chiaramente comprensibile quanto la
musica possa superare i limiti e i cliché umani, trascinando l’essere vivente
in un ambiente onirico ed etereo dove vigono l’armonia, la fraternità e la comunione
universali. L’Artale Afro percussion band
riesce quindi ad imprimere nella mente questo significato profondo che è il
fine massimo dell’arte, condendolo sapientemente con sapori e fantasie
multietnici. Il loro non è uno spettacolo al quale assistere, è piuttosto un
evento da vivere.
RRocks
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