martedì 11 giugno 2013

Rfilessioni su "Notes & Neurons: In Search of the Common Chorus"

Il festival mondiale della scienza ha organizzato, nel 2009, un incontro  tra alcuni scienziati e studiosi (Daniel Levitin, Jamshed Bharucha e Lawrence Parsons) e musicisti (tra cui Bobby Mc Ferrin) dedicato alla esplorazione dei possibili collegamenti tra il cervello e i suoni, analizzando in particolare la gamma sonora che possiamo inserire nel concetto di nota musicale. Lo scopo del dibattito è stato il tentativo di dimostrare un’interazione fra la sezione emozionale del cervello e la musica. Bobby Mc Ferrin introduce l’argomento con un’esibizione canora poco usuale imitando con la propria voce il flusso dell’acqua. Il giornalista Schaefer sottolinea il fatto che nonostante l’esecuzione di Bobby non sia riconducibile ad una qualche melodia composta precedentemente né segua una sua logicità ritmica o armonica, gli ascoltatori vengono ugualmente coinvolti emotivamente dal brano, incamerando nella propria mente quei suoni che permettono loro di essere parte attiva del processo musicale. L’artista afferma che il brano composto per la serata potrebbe provenire da qualsiasi o da nessuna parte del mondo, accentuando l’ipotesi di una universalità sonora.
 Lo psicologo Daniel Lievitin identifica la musica come campo di studio della neuroscienza in quanto essa condiziona un ampio aspetto della mente umana. Questo accade perché alcune parti del cervello sono interessate al fenomeno musicale in vari modi. Essendo il cervello il centro delle emozioni, esso gestisce l’attività motoria che scaturisce dall’ascolto musicale quindi spinge a muovere gli altri organi corporei seguendo il moto delle onde sonore. Anche se si ascoltasse una melodia in modo passivo, tutto il corpo reagirebbe ugualmente all’impulso musicale in quanto questo tocca una qualche parte primordiale della nostra mente, l’attitudine istintuale. Oltre all’aspetto puramente fisico che riguarda il moto e l’udito, il cervello svolge un’attività di decodifica dei suoni coinvolgendo la memoria, la capacità associativa ed il senso di aspettativa su cosa potrebbe seguire una determinata serie di note. Il concetto di aspettativa può intendersi a breve e a lungo termine, può identificare una determinata cultura musicale o creare, più raramente, una commistione di generi.
La musica viene vista come linguaggio mondiale per mezzo dei famosi universalia che compongono le basi sonore della maggior parte delle culture esistenti. Tramite gli intervalli di ottava, di quinta o di terza maggiore e minore si può instaurare una rete di collegamento neurale tra i vari popoli del mondo il cui cervello riuscirà ad identificare come rapporto sonoro accettabile, riconoscendolo come facente parte della sezione mnemonica musicale. Anche il coinvolgimento emotivo che ne scaturisce molto spesso è similare tra le culture; ad esempio, un intervallo di seconda minore è largamente riconosciuto come input nostalgico o malinconico, gli intervalli perfetti di quarta e di quinta suggeriscono una condizione spirituale serena e priva di imprevisti, mentre una sesta minore può trasmettere una sensazione di pericolo.
Oltre ai suoni, protagonisti del processo neuronale sono timbro e tempo. Questi possono condizionare le emozioni dell’ascoltatore, incutendo tranquillità o inquietudine, euforia o tristezza.
Nella musica tradizionale indiana il ritmo sembra espandersi traducendosi in un’amplificazione del tempo in numeri complessi, arrivando a  gruppi di sette o tredici unità ritmiche ed esistono inoltre molte più scale rispetto a quelle riconosciute dalla cultura occidentale.
 La musica è una costruzione della mente, le vibrazioni diventano musica, non si tratta puramente di suono inteso come accezione comune ma è necessario un processo di decodifica dei suoni che è specifico di una determinata cultura. Quando il cervello ascolta il primo frammento di una scala esso crea automaticamente un’aspettativa sull’ipotetico susseguirsi dei suoni in base al proprio background culturale. Se una nota appartiene ad una determinata scala peculiare della tradizione di un luogo, gli ascoltatori di quella zona tenderanno sempre a riconoscerla e ad includerla in una successione di note coerente con l’aspettativa mnemonica. Basterebbe a creare questo processo anche un semplice accenno sonoro per intervalli o per scale che rimandasse a quella specifica nota, senza esplicitarla nella melodia.
Differentemente, se fosse proposta una serie melodica contenente una nota sconosciuta ad una determinata cultura, gli ascoltatori, non riconoscendo la nota nel proprio background, non riuscirebbero ad incamerarla istantaneamente nel cervello o a ipotizzarla in una successione di suoni. Per provare questo concetto viene fatto osservare un esperimento effettuato su due cantanti, una di origine nordamericana e l’altra indiana. Ad entrambe viene proposta la stessa serie melodica e vengono invitate a continuarla seguendo un flusso compositivo istintivo. La prima aggiungerà note differenti rispetto a quelle della seconda, in particolare, la cantante americana,  non riconoscendo nel proprio background il re bemolle che è invece tipico della cultura indiana, eviterà di inserirlo nella propria continuazione melodica nei primi due esperimenti. Durante però il terzo tentativo, la cantante americana riuscirà ad inserire il re bemolle nella propria melodia, in quanto, il prolungato ascolto dello stesso suono porta il cervello ad adattarsi a nuove situazioni e ad incamerare suoni ulteriori rispetto a quelli già conosciuti.
Questa è forse una delle più chiare dimostrazioni del collegamento fra musica e cervello e giustifica in parte gli effetti della globalizzazione musicale della nostra epoca. Pur continuando ad esistere culture autoctone, il mondo ha perso in gran parte il repertorio musicale specifico di una sola e determinata popolazione per dare spazio alla musica universale. L’intervento massmediatico ha permesso ad un giapponese di riprodurre perfettamente una scala minore blues e ad uno spagnolo di riconoscere una scala pentatonica cinese. A prescindere dalla consapevolezza delle importanti conseguenze scaturite da questo enorme evento, le quali attaccano la preservazione di un patrimonio culturale specifico, il cervello si è straordinariamente aperto a scambi interculturali, permettendo all’ascoltatore di incamerare informazioni provenienti da ogni dove e a riproporle indistintamente come repertorio sonoro di un io rinnovato.
Sotto il segno di “una musica di ogni e nessun dove”, l’incontro si conclude con un ensemble strumentale in cui ogni musicista esprime il proprio punto di vista musicale, miscelando suoni, memorie e culture differenti ma nello stesso tempo in armonia fra di loro, segno di un’elevata elasticità mentale che si lega ad ognuno per mezzo dell’istinto primordiale di qualsiasi uomo: l’emozione.



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