Il
festival mondiale della scienza ha organizzato, nel 2009, un incontro tra alcuni scienziati e studiosi (Daniel Levitin, Jamshed Bharucha e Lawrence Parsons) e musicisti (tra cui Bobby Mc Ferrin) dedicato alla esplorazione
dei possibili collegamenti tra il cervello e i suoni, analizzando in
particolare la gamma sonora che possiamo inserire nel concetto di nota
musicale. Lo scopo del dibattito è
stato il tentativo di dimostrare un’interazione fra la sezione emozionale del
cervello e la musica. Bobby Mc Ferrin introduce l’argomento con un’esibizione
canora poco usuale imitando con la propria voce il flusso dell’acqua. Il
giornalista Schaefer sottolinea il fatto che nonostante
l’esecuzione di Bobby non sia riconducibile ad una qualche melodia composta
precedentemente né segua una sua logicità ritmica o armonica, gli ascoltatori
vengono ugualmente coinvolti emotivamente dal brano, incamerando nella propria
mente quei suoni che permettono loro di essere parte attiva del processo
musicale. L’artista afferma che il brano composto per la serata potrebbe provenire
da qualsiasi o da nessuna parte del mondo, accentuando l’ipotesi di una
universalità sonora.
Lo psicologo Daniel Lievitin identifica la
musica come campo di studio della neuroscienza in quanto essa condiziona un
ampio aspetto della mente umana. Questo accade perché alcune parti del cervello
sono interessate al fenomeno musicale in vari modi. Essendo il cervello il
centro delle emozioni, esso gestisce l’attività motoria che scaturisce
dall’ascolto musicale quindi spinge a muovere gli altri organi corporei
seguendo il moto delle onde sonore. Anche se si ascoltasse una melodia in modo
passivo, tutto il corpo reagirebbe ugualmente all’impulso musicale in quanto
questo tocca una qualche parte primordiale della nostra mente, l’attitudine
istintuale. Oltre all’aspetto puramente fisico che riguarda il moto e l’udito,
il cervello svolge un’attività di decodifica dei suoni coinvolgendo la memoria,
la capacità associativa ed il senso di aspettativa su cosa potrebbe seguire una
determinata serie di note. Il concetto di aspettativa può intendersi a breve e
a lungo termine, può identificare una determinata cultura musicale o creare,
più raramente, una commistione di generi.
La musica viene
vista come linguaggio mondiale per mezzo dei famosi universalia che compongono le basi sonore della maggior parte delle
culture esistenti. Tramite gli intervalli di ottava, di quinta o di terza
maggiore e minore si può instaurare una rete di collegamento neurale tra i vari
popoli del mondo il cui cervello riuscirà ad identificare come rapporto sonoro
accettabile, riconoscendolo come facente parte della sezione mnemonica musicale.
Anche il coinvolgimento emotivo che ne scaturisce molto spesso è similare tra
le culture; ad esempio, un intervallo di seconda minore è largamente
riconosciuto come input nostalgico o malinconico, gli intervalli perfetti di
quarta e di quinta suggeriscono una condizione spirituale serena e priva di
imprevisti, mentre una sesta minore può trasmettere una sensazione di pericolo.
Oltre ai suoni,
protagonisti del processo neuronale sono timbro e tempo. Questi possono
condizionare le emozioni dell’ascoltatore, incutendo tranquillità o
inquietudine, euforia o tristezza.
Nella musica
tradizionale indiana il ritmo sembra espandersi traducendosi in
un’amplificazione del tempo in numeri complessi, arrivando a gruppi di sette o tredici unità ritmiche ed
esistono inoltre molte più scale rispetto a quelle riconosciute dalla cultura
occidentale.
La musica è una costruzione della mente, le
vibrazioni diventano musica, non si tratta puramente di suono inteso come
accezione comune ma è necessario un processo di decodifica dei suoni che è
specifico di una determinata cultura. Quando il cervello ascolta il primo
frammento di una scala esso crea automaticamente un’aspettativa sull’ipotetico
susseguirsi dei suoni in base al proprio background culturale. Se una nota appartiene
ad una determinata scala peculiare della tradizione di un luogo, gli
ascoltatori di quella zona tenderanno sempre a riconoscerla e ad includerla in
una successione di note coerente con l’aspettativa mnemonica. Basterebbe a
creare questo processo anche un semplice accenno sonoro per intervalli o per
scale che rimandasse a quella specifica nota, senza esplicitarla nella melodia.
Differentemente,
se fosse proposta una serie melodica contenente una nota sconosciuta ad una
determinata cultura, gli ascoltatori, non riconoscendo la nota nel proprio
background, non riuscirebbero ad incamerarla istantaneamente nel cervello o a
ipotizzarla in una successione di suoni. Per provare questo concetto viene
fatto osservare un esperimento effettuato su due cantanti, una di origine
nordamericana e l’altra indiana. Ad entrambe viene proposta la stessa serie
melodica e vengono invitate a continuarla seguendo un flusso compositivo
istintivo. La prima aggiungerà note differenti rispetto a quelle della seconda,
in particolare, la cantante americana, non riconoscendo nel proprio background il re
bemolle che è invece tipico della cultura indiana, eviterà di inserirlo nella
propria continuazione melodica nei primi due esperimenti. Durante però il terzo
tentativo, la cantante americana riuscirà ad inserire il re bemolle nella
propria melodia, in quanto, il prolungato ascolto dello stesso suono porta il
cervello ad adattarsi a nuove situazioni e ad incamerare suoni ulteriori
rispetto a quelli già conosciuti.
Questa è forse
una delle più chiare dimostrazioni del collegamento fra musica e cervello e
giustifica in parte gli effetti della globalizzazione musicale della nostra
epoca. Pur continuando ad esistere culture autoctone, il mondo ha perso in gran
parte il repertorio musicale specifico di una sola e determinata popolazione
per dare spazio alla musica universale. L’intervento massmediatico ha permesso
ad un giapponese di riprodurre perfettamente una scala minore blues e ad uno
spagnolo di riconoscere una scala pentatonica cinese. A prescindere dalla
consapevolezza delle importanti conseguenze scaturite da questo enorme evento,
le quali attaccano la preservazione di un patrimonio culturale specifico, il
cervello si è straordinariamente aperto a scambi interculturali, permettendo
all’ascoltatore di incamerare informazioni provenienti da ogni dove e a
riproporle indistintamente come repertorio sonoro di un io rinnovato.
Sotto il segno
di “una musica di ogni e nessun dove”,
l’incontro si conclude con un ensemble strumentale in cui ogni musicista
esprime il proprio punto di vista musicale, miscelando suoni, memorie e culture
differenti ma nello stesso tempo in armonia fra di loro, segno di un’elevata
elasticità mentale che si lega ad ognuno per mezzo dell’istinto primordiale di qualsiasi
uomo: l’emozione.
RRocks
Nessun commento:
Posta un commento