Con Shrine of New generation Slaves i Riverside confermano la loro presenza
nel circolo delle migliori band del nuovo millennio. Il gruppo progressive metal polacco entra nel
mercato, lo scorso gennaio, con il suo quinto studio album sotto la stella
della Inside Out, casa discografica
specializzata nella produzione di dischi progressive
rock e metal.
L’album funge da sottofondo a una ricerca
interiore, a una lotta psicologica tra apparenza e realtà, connotata da una
forte denuncia del frivolo contesto giovanile odierno che si risolve in
un’ottica speranzosa attraverso una catarsi rigeneratrice.
Schiavo del contesto in cui
vive, l’uomo moderno cade in uno stato depressivo e confusionale che lo porta a
disconoscere se stesso. New generation slave incarna lo
spirito di un uomo ordinario, educato a vivere secondo giusti valori, protagonista
di una esistenza senza gravi impedimenti eppure incapace di essere felice. Il
brano entra in sordina con la sola voce del frontman Mariusz Duda per poi aprirsi ad un crescendo sonoro dal quale
scaturiscono energici nuclei melodici, stoppati da un flusso di combinazioni
ritmiche serrate tenute con maestria dal batterista Piotr Kozieradzki. Il cammino intimistico
continua con The depth of self-delusion, dove l’uomo comprende di essere imprigionato in una fittizia ipotesi di
realtà e tenta di abbracciare la cruda seppur poco appetibile verità. La voce si snoda su di un riff delicato come
un flusso di pensieri che accarezzano dolcemente cromatismi e risoluzioni in
minore. Celebrity touch cambia
repentinamente habitat: è una energica canzone dal forte groove che descrive l’euforia del successo e il potere
condizionante che ne deriva. Un buon gioco di pentatoniche muove l’ingranaggio
sonoro stavolta molto corposo e
presente. La contrapposizione tra l’estrema amplificazione strumentale e i
movimenti decantati con soavità preannunciano la condizione sentimentale
espressa in We got used to us, un’ode alla solitudine ben espressa dal dialogo
composto ma scorrevole fra Michał Łapaj
alle tastiere e Piotr Grudziński alla
chitarra solista. L’album prosegue
nell’intento di riscoprire la genuinità delle emozioni umane, allontanando
sempre più i falsi miti che ci attanagliano la mente. Dall’indole sensibile,
Deprived (Irretrievably lost imagination) descrive la sofferenza di un
uomo che ha perso un amore in un’atmosfera sonora cupa e a tratti
orientaleggiante. Un andamento ritmico e
melodico incalzante spiana la strada ad un solo di Marcin Odyniec al sax soprano che dona al brano un fascinoso gusto esotico, a tratti
smooth jazz, mentre l’uomo si affaccia a un passato felice ormai trascorso.
Con Escalator shrine i Riverside toccano il culmine
dell’espressività tecnica, musicale ed emotiva. Dall’oscurità dell’intro
l’uomo, conscio dell’irrealtà che lo circonda, combatte imperterrito al fine di
sopravvivere a tale crisi esistenziale. L’inquietudine della strofa si muove su
di un giro di pentatonica che muta aspetto ad ogni spostamento di accento e sfocia
in un sound più appassionato, condito da una tastiera che rimanda vagamente
all’old school, scandendo un tempo
più concitato e marcato. Il brano conclude con un nuovo assetto melodico che
abbraccia un’atmosfera onirica altalenante fra cambi di tempo e giochi
armonici, propensa ad una certa epicità che coinvolge l’uomo nella sua scelta
di continuare a lottare.
La catarsi è giunta: Coda
ripropone alcuni versi e il nucleo melodico di Feel like falling in
chiave ottimistica, trasformando la crisi disfattista iniziale in pacatezza,
vestendo l’uomo di un nuovo coraggio che, allontanato dalla condizione di
straniamento, gli permette di affrontare la vita con serenità.
Shrine of New generation Slaves è un
album che combatte il concetto di realtà apparente intrisa di luoghi comuni e
vacuità emozionale, dove i giovani dipendono dai social networks e sono
annebbiati dal consumismo. I Riverside
toccano tali tasti dolenti con una personale sensibilità, sfruttando al massimo
le loro capacità artistiche molto versatili ed eclettiche. Questo disco non
vanta di una facile orecchiabilità ma compensa con un’ottima qualità tecnica,
una buona originalità espositiva e una
forte carica sonora che colpisce il bersaglio senza ombra d’indugio.
RRocks
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