sabato 15 giugno 2013

"Steven Feld: Suono e sentimento". Guardare alla musica di un mondo a noi sconosciuto.

Steven Feld è un antropologo, etnomusicologo e linguista americano che ha dedicato due decenni della propria vita allo studio e l’analisi della popolazione aborigena kaluli, situata  nelle vicinanze del vulcano Bosavi, nella provincia degli Altipiani del sud della Papua Guinea. Attualmente Feld insegna antropologia e musica presso l’Università del New Messico.
Assieme a Edward e Bambi Schieffelin, antropologi che lo hanno coadiuvato durante le ricerche sui kaluli, istituisce il “Bosavi people’s fund”, un fondo dedicato al sostegno delle comunità indigene del Bosavi ed alla salvaguardia  delle tribù ancora presenti nelle foreste pluviali tropicali. Nel 2002  crea la “VoxLox label”, una società che distribuisce sotto forma di testi, dischi e video-reportage, vaste gamme di repertorio musicale e artistico proveniente dalle più svariate culture autoctone, rendendo così facilmente fruibili tali documenti di interesse etno-antropologico.
Questo libro è il frutto della sua lunga ricerca sul campo in Bosavi, la quale non lascia alcun aspetto al caso e si avvale del ricorso a differenti discipline analitiche. Da un lato, è forte l’approccio antropologico e sociologico con un’ampia digressione sugli aspetti prettamente musicali e linguistici kaluli. Dall’altro, vi è uno sguardo volto a catalogare il loro repertorio mitico e le loro profonde conoscenze ornitologiche senza mai tralasciare anche le impressioni personali e l’entusiasmo che scaturisce dalla mera esperienza. Il testo scorre su due piani paralleli, quello relativo al documento scientifico e quello del racconto umano.
Dal punto di vista linguistico, il lavoro di Feld si avvicina alla teoria della comunicazione jakobsoniana, connotato da una riflessione sulla semiotica e da un inventario fonologico della lingua kaluli. Il repertorio musicale, oltre ad essere registrato, è stato minuziosamente trascritto in notazione moderna assieme al testo, spesso tradotto sia in chiave referenziale che metaforica.
Feld suddivide il testo in sei capitoli, ognuno dei quali si focalizza su di una caratteristica specifica della collettività del Bosavi. Gli obiettivi fondamentali restano comunque due: lo scoprire il perché il suono provochi il pianto nei kaluli ed il valutare quanto gli uccelli condizionino i vari aspetti della loro vita.
Fra i kaluli si narrano ben dodici racconti sugli uccelli tra i quali spicca il mito del bambino che diventò un uccello Muni, storia che si pone alla base delle loro credenze riguardo alla vita dopo la morte e ad alcune strutture sociali da loro riconosciute.
La leggenda narra di un bambino che si recò al ruscello per pescare dei gamberetti assieme alla sorella maggiore. I fratelli si chiamavano rispettivamente adɛ, un termine simbolico che non sta solo ad identificare il mero rapporto di parentela fra i due, ma sottolinea il fatto che proprio grazie a questo legame di sangue esistano degli atteggiamenti vicendevoli da mantenere nelle situazioni. Il bambino, non riuscendo a pescare alcun gamberetto, chiese con tono supplichevole alla sorella di offrirgliene uno dei suoi, la quale rifiutò perché voleva destinarli ad altri familiari. Quando il bimbo riuscì a pescarne uno, magicamente le sue mani diventarono ali e si trasformò nell’uccello Muni, denominazione della colomba frugivora bella, il cui verso è identificato in un pianto discendente.
Questo semplice aneddoto è tramandato tra i kaluli per esplicare vari concetti. Innanzitutto, il rapporto fra adɛ è sacro in quanto esiste  nella tribù un forte senso di comunione ed è impensabile che una sorella non offra il suo gamberetto al fratello minore affamato. Inoltre, il bambino utilizza una forma di richiesta-implorazione (non ho x) chiamata gesema, utilizzata come convenzione sociale per chiedere agli altri qualcosa che non si ha, cercando di impietosirli. Negare ad un fanciullo il cibo, considerato il mezzo primario di condivisione, è l’atto più deplorevole che si possa attuare nella comunità kaluli. Inoltre, il bambino trasformatosi in uccello, è una metafora che indica la morte ed il passaggio nell’aldilà, configurato come la reincarnazione in un uccello. I kaluli credono che gli uccelli siano la manifestazione delle anime dei propri defunti ed ogni specie accoglie una identità specifica riconducibile ad una tipologia umana, comunicando con il mondo kaluli attraverso il proprio verso che viene codificato dagli uomini in canti, melodie o espressioni onomatopeiche.
Feld  dedica un capitolo  allo studio dell’ornitologia tassonomica kaluli, i quali dividono gli uccelli dapprima in due grandi categorie: arboricoli e terricolo. Sono poi divise ulteriormente in famiglie denominate in base al membro più grande e ed ancora in sottogruppi suddivisi per taglia, forma del becco o colore delle piume.  Le stagioni, le distanze e le altezze geografiche sono paragonate e stabilite secondo i movimenti e le abitudini degli uccelli, esistono anche dei tabù alimentari e delle associazioni metaforiche umane nei confronti di alcune categorie. Ad esempio, le donne non possono cibarsi di uccelli dalle piume rosse perché questo provocherebbe loro un ciclo mestruale doloro e più abbondante, oppure, alcuni uccelli molto lenti sono associati all’anzianità umana, i pipistrelli sono considerati velenosi e così via. Dal punto di vista dell’emissione sonora, i volatili sono contraddistinti in uccelli che cantano, che piangono, che emettono solo suoni, che parlano, che fanno rumore e che si lamentano.
Il linguaggio kaluli nella quotidianità è pragmatico e diretto, l’unico sprazzo poetico si svela nel canto, fatto quindi scaturire dagli uccelli spesso sotto forma di lamento. Il lamento riprodotto dalla comunità cambia aspetto in base al genere di appartenenza. Il lamento degli uomini è breve e si risolve in un modulo discendente dove sulla terza nota parte un testo. La donna invece esibisce un lamento più lungo, dapprima isterico e poi melodico, trasformando il lamento cantato in una elaborata canzone piangente. Nel Bosavi esistono sei forme di canzone vocale. Quattro di queste sono connotate da una struttura pentatonica e fanno parte del repertorio maschile. Le altre due restanti sono affidate alle donne, strutturate su una scala a tre suoni.
Il gisalo è un canto/lamento femminile collegato al mito dell’uccello Muni e non è eseguito all’aperto come le altre tipologie melodiche, ma nell’oscurità della longhouse, una casa comunitaria  di legno adibita a cerimonie. In caso di lutto, si dispiegano cinque diverse tipologie di canto le quali partono tutte dalla radice linguistica yɛlɛma (piangere), divise per genere e modalità esecutiva.
Il gana- yɛlɛma è un lamento melodico in falsetto, l’ iligi-yɛlɛma è il pianto scioccato degli uomini, il gana-gili yɛlɛma è un pianto convulsivo, il gese-yɛlɛma è un lamento melodico triste e pietoso destinato alle donne così come il sa-yɛlɛma, un canto lamentoso con un lungo testo. Gli uomini attraverso il lamento arrivano al pianto come una reazione naturale e rabbiosa. Le donne, anche in contesti luttuosi, sviluppano un lamento recitato, riflessivo e con un lungo testo. Strutturalmente queste melodie si basano su un modulo di quattro note con estensione di quinta, legate da un rapporto armonico di seconda maggiore e terza minore discendenti. Talvolta si possono riscontrare delle micro frasi nel mezzo della melodia, oppure si snodano dei lunghi testi cantati a canone. Grammaticalmente, le parole seguono due ordini: oggetto, soggetto e verbo oppure soggetto, oggetto e verbo, accompagnati da espressioni affettuose verso il defunto (solo noi due, marito, padre etc.) che designano anche il grado di parentela fra lui e coloro che lo piangono.
Molto spesso, durante il canto si creano aneddoti sui toponimi, luoghi fisici conosciuti dalla comunità, ai quali ci si riferisce per ricordare momenti passati vissuti insieme al defunto o domandarsi se sia andato in uno di quei posti.
Il  gisalo nodɔlɔ  è un canto gisalo che cambia l’assetto metaforico all’interno del testo, utilizzando delle immagini di toponimi o di fantasia differenti ogni volta, per creare una mappa concettuale, un viaggio tok, alternativa. Ricorrenti sono le metafore relative all’acqua che scandisce il tempo e il movimento del mondo, mentre gli uccelli comunicano i significati profondi della vita, tradotti poi dagli uomini in versi cantati. All’interno della melodie del gisalo, del lamento melodico sa-yεlab e del canto richiamo dell’uccello Muni, sono presenti due intervalli principali: la seconda maggiore discendente (gese) e la terza minore discendente (sa).
Gese, dall’imperativo gesema, è accostato ad una sensazione di tristezza e all’atteggiamento di implorazione tipico dei bambini, oppure può significare varie azioni come: parlare, cantare e  piangere. Sa invece si accosta al significato di cascata e richiama il canto delle colombe frugivore, simbolo di tristezza, isolamento e perdita. Le paure più grandi per i kaluli sono proprio il cadere solitudine e la morte e da queste scaturisce la loro celebrazione del mito dell’uccello Muni.
Il gulu è un indicatore di tempo che si rifà al flusso dell’acqua dall’alto verso il basso ma si unisce anche al movimento del sob, un sonaglio  di conchiglie che indossa il danzatore durante le cerimonie. Il gisalo viene cantato nella longhouse, dove vengono inoltre celebrati i riti funebri e le sedute spiritiche, entrambi al buio, dove il medium racconta dei viaggi fantastici e si destreggia in balli acrobatici rivestito di piume, proprio per avvicinarsi alla fisionomia di un uccello.
Per quanto riguarda l’espressione lessicologia, il mondo kaluli è intriso di concetti metalinguistici che vengono trasposti sia nelle cerimonie che nel pensiero comune. Il Bale to è un modo di comunicare attraverso parole rovesciate, metafore con intento didattico nei confronti della comunità. Il Sa-salan è un parlato interiore, è il significato all’interno delle parole che viene poi sviluppato stimolando la fantasia dell’ascoltatore, il quale deve partecipare mentalmente ed emotivamente al canto.
                                                                                                                                                                           Le Gɔnɔ to sono delle parole sonore dalle quali nascono onomatopee semantiche, in quanto si sfrutta il suono delle vocali in base alla loro posizione fonetica, per identificare i movimenti delle cose (una vocale alta identifica un movimento che parte dall’alto e così via). Fondamentale è poi la presenza del tok, il viaggio interiore fantastico che varia di volta in volta aggiungendo toponimi ed aneddoti, il quale si intraprende ascoltando il canto fino a sfociare nel pianto. Senza il pianto non vi è la vera partecipazione della comunità alla cerimonia e spesso, come comprova della buona riuscita dell’esecuzione da parte del cantore, egli viene ustionato subito dopo il momento di commozione generale.
I kaluli, attraverso il ricorso ad alcune desinenze, specificano un tempo verbale o attribuiscono sensi ulteriori alle parole. Ad esempio, il suffisso -e può significare un tempo passato o un’espressione di conferma, con il suffisso –o si può indicare uno stato di enfasi oppure azioni vicine o che stanno per iniziare mentre, con le desinenze -ele  / -olo si instaurano domande future o retoriche e risposte e azioni lontane già inziate.
Feld è fermamente contrario a quel pensiero etnomusicologico che si basa sulla convinzione che la musica tradizionale sia lontana da qualsiasi regola armonica e guarda alla musica con più ampie vedute, analizzandola non solo dal mero aspetto sonoro/teorico ma anche da un punto di vista sociale e antropologico.
Proprio per questi motivi, Feld ha tentato vari approcci analitici per meglio comprendere il significato musicale kaluli. Inizialmente, ha cercato delle risposte mediante le traduzioni della lingua, in quanto riteneva che attraverso il linguaggio, a prescindere dalla cultura di provenienza, si arrivasse ad una codificazione generalizzata dei messaggi musicali, ad una esplicazione dell’evento sonoro tramite la lingua. Feld ha imparato le tecniche musicali kaluli esibendosi dinanzi ad alcuni ascoltatori per farsi criticare  e correggere gli eventuali errori. Grazie a questo procedimento, Feld ha scoperto che è tipico del kaluli fare riferimenti al flusso dell’acqua o a delle cascate per spiegare il giusto andamento melodico e da ciò ha dedotto che la metodologia musicale dei kaluli si basa sull’utilizzo delle metafore.
I kaluli distinguono il testo dalla melodia, infatti gisalo significa canzone o melodia, mentre sa-gisalo significa testo o meglio testo dentro la melodia. La melodia gisalo è il richiamo simbolico dell’uccello Muni e quindi vi è la credenza che questa melodia provenga direttamente dagli uccelli, mentre il testo concorde con la melodia è frutto dell’uomo. Il suono è visto quindi come un prodotto naturale perché degli uccelli, il testo è culturale perché nasce dalla natura ma è estrapolato dall’uomo come forma di comunicazione. La melodia invece  è esteriore, è nell’aria, è già esistente perché viene dalla natura.
Alla fine della sua ricerca, Feld conclude che la vita dei kaluli è attorniata da un intreccio magico fra natura e cultura, dove il fine massimo per un uomo è il diventare un uccello, imitando i suoi versi con la voce, indossando costumi che si avvicinino alla sua linea, destinando in esso la propria esistenza dopo la morte.
Il saggio di Feld è un ampio specchio che permette di proiettarsi pienamente all’interno di un mondo che pare a noi così distante, offrendo l’occasione di conoscere soluzioni alternative ai nostri sistemi di socializzazione e concezioni naturalistiche ormai decadute in Occidente.
Questa ricerca permette inoltre di porsi nuove domande sul concetto di musica, oltre l’eterno dibattito tra lo spartito e l’oralità, riflettendo sul fatto che lì dove la natura detta il suono ed il ritmo, l’uomo è un mero esecutore e traduttore dinanzi al fascino e alla continua evocazione di ciò che è a lui preesistente. Sarà forse questa consapevolezza a suscitare il pianto negli uomini kaluli, il non sentirsi padroni ma fruitori supplicanti di una natura che oltre alla vita, gli ha donato il sogno e la musica.
 RRocks.

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